| Progetto Novecento
Cile
1970- 1973
Contesto storico e sintesi dei fatti.
Guerra fredda, Stati Uniti e America latina tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70.
La fine degli anni '60 aveva visto imporsi, in gran parte dell'emisfero occidentale (inteso in senso politico: continente nord americano ed Europa occidentale) la grande ondata di rinnovamento socio-culturale dei movimenti di contestazione giovanili e femministi – il cosiddetto Sessantotto. Gli effetti di tale scossa furono diversi in ogni paese, e se in Italia portarono a un'inaspettata reazione autoritaria e terroristica – la “strategia della tensione” e le “stragi di Stato” che culminarono con l'assassinio del presidente Moro nel '78 -, negli Stati Uniti segnarono un rinnovamento democratico piuttosto consistente, che vide l'opinione pubblica progressista assumere un ruolo da protagonista nelle vicende politiche nazionali ed internazionali; vicende che culminarono con l'impeachment del presidente Nixon e la fine della guerra nel Vietnam.
Ma questa transizione culturale verso una politica interna ed estera meno aggressiva – e in effetti tutta la nuova decade sarà segnata da una serie di trattati bilaterali tra USA e URSS per il controllo degli armamenti nucleari, e soprattutto dal riavvicinamento tra l'America e la Cina popolare – non fu indolore. La caduta del presidente Nixon nel '74 venne dopo un quinquennio di disperati tentativi, da parte della sua amministrazione, di conservare ad ogni costo l'egemonia ideologica nel teatro internazionale, ma soprattutto nel cosiddetto “cortile di casa” degli Stati Uniti: l'America latina.
Il livello di ostilità dell'amministrazione Nixon e delle élites industrial-militari statunitensi contro i movimenti indipendentisti e rivoluzionari di tutto il mondo raggiunse proprio negli anni qui considerati il punto di massima intensità. Le interferenze della CIA divennero pesanti e profonde nei paesi nei quali il rischio di un rinnovamento sociale e politico di stampo socialista o anche solo indipendentista era più marcato, e fra tutti l'Italia nel Patto atlantico e il Cile per il continente sudamericano. È anzi probabile che proprio la connessione tra le dinamiche sociali delle due nazioni possa spiegare gli eventi drammatici che segnarono la storia di entrambe. Sia in Italia che in Cile, infatti, le forze di opposizione di sinistra stavano raggiungendo livelli di consenso popolare mai toccati fino a quel momento, e vi era per entrambi i paesi la consistente possibilità che esse raggiungessero il potere attraverso normali meccanismi democratici. La politica statunitense, tradizionalmente antimarxista ma, soprattutto, attenta ai propri interessi economico-finanziari nel complesso quadro internazionale, non poteva naturalmente accettare di buon grado un'evoluzione politica che non fosse strettamente filo-americana in due paesi-chiave come quelli: «non vedo alcuna ragione – affermò il consigliere di Nixon per la sicurezza nazionale, Henry Kissinger – per cui dobbiamo sederci e aspettare di vedere che un Paese diventa marxista soltanto perché il suo popolo è irresponsabile» [citato in P. Valduga, Salvador Allende , pag. 56]. Che questa “irresponsabilità” fosse l'espressione di una libera scelta democratica e il bisogno di un rinnovamento culturale dopo decenni di corruzione e immobilismo sociale, era per Kissinger e Nixon del tutto irrilevante.
Ma effettivamente, il programma politico-economico di Salvador Allende, segretario del Partito socialista cileno e fautore di un'alleanza politica di “unidad popular” fra tutte le forze di sinistra in vista delle elezioni del 1970, era di quelli che potevano seriamente minare gli interessi americani in Cile: a parte l'intenzione di pervenire a una più equa distribuzione del reddito (in Cile il 46% del reddito nazionale apparteneva al 2% della popolazione), ciò che gli Stati Uniti soprattutto temevano era la nazionalizzazione delle risorse industriali, soprattutto quelle legate al rame, l'esercizio delle quali era praticamente tutto nelle mani delle multinazionali statunitensi. Con l'acquisizione di quelle imprese, certamente il programma economico di Allende avrebbe avuto una possibilità di successo.
Già da dodici anni circa la CIA controllava pesantemente le forze cattolico-reazionarie del Cile, finanziando i loro giornali e i loro candidati politici con una imponente campagna propagandistica anticomunista; ma dal giugno del '70 le operazioni di sabotaggio e di infiltrazione per l'abbattimento politico di Allende divennero frenetiche e assunsero anche un risvolto militare. Ecco, in sintesi, le principali iniziative messe in atto dalla CIA dietro diretto impulso e coordinamento del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, diretto da Kissinger e ispirato personalmente dal presidente Nixon:
- 30.000 $ per il finanziamento di una campagna di disinformazione e propaganda anticomunista, con la quale la CIA produsse più di 700 articoli e trasmissioni radiotelevisive grazie all'attività di giornalisti-agenti giunti in Cile da almeno dieci paesi diversi;
- ai giornalisti statunitensi vennero fornite false informazioni “riservate” sulla situazione cilena, tendenti a dipingere un Allende dittatoriale e violento, cosa che provocò un generale “scatto in avanti” della stampa USA contro il futuro presidente cileno;
- un altro stanziamento per corrompere i parlamentari cileni che il 24 ottobre 1970, dopo la vittoria elettorale di Allende con una maggioranza non sufficiente al suo immediato insediamento, avrebbero dovuto ratificare i risultati delle votazioni;
- in privato, gli ufficiali dell'esercito cileno vennero avvisati, tramite agenti statunitensi infiltrati, che con l'insediamento di Allende gli aiuti americani sarebbero cessati; tuttavia su questa strada i servizi segreti trovarono un ostacolo nella fedeltà degli ufficiali verso la Costituzione, e soprattutto in René Schneider, capo di Stato maggiore dell'esercito;
- il 22 ottobre il generale Schneider fu assassinato da cospiratori armati direttamente dalla CIA; malgrado questa gesto di estrema violenza e provocazione politica, Allende ottenne la vittoria e il 3 novembre 1970 si insediò alla presidenza della repubblica. «La scena era pronta per lo scontro tra due esperimenti. Uno era quello “socialista” di Allende, che mirava a sollevare il Cile dalla melma del sottosviluppo e dalla dipendenza, e i poveri dall'indigenza. L'altro era, come si espresse in seguito il direttore della CIA Wlliam Colby, “un prototipo, o un esperimento di laboratorio, per testare la tecnica di utilizzare grassi investimenti finanziari per gettare discredito su un governo e farlo cadere”» [W. Blum];
- coerentemente con i propositi di Colby, tra il '70 e il '73 l'assistenza al governo cileno da parte degli USA venne praticamente ridotta a zero (“Sotto Allende non sarà permesso nemmeno a una noce o a un bullone di raggiungere il Cile” – Edward Korry, ambasciatore USA in Cile); anche la Banca Mondiale cessò l'erogazione di prestiti al Cile nel medesimo periodo;
- nello stesso periodo, gli USA aumentarono considerevolmente la loro assistenza militare alle forze armate cilene;
- la CIA profuse circa tre milioni di dollari per il finanziamento occulto di agenzie sindacali, allo scopo di prolungare indefinitamente gli scioperi nei servizi essenziali: «nell'ottobre del '72, ad esempio, un'associazione privata di camionisti dichiarò uno sciopero che mirava a interrompere il flusso di alimentari e di altri importanti generi di consumo, includendo in quell'embargo persino i quotidiani che sostenevano il governo (…). Sull'onda dello sciopero, iniziò la serrata dei negozi, grazie a innumerevoli piccolo borghesi che facevano quanto potevano per battere sul chiodo del pubblico disagio (…). Poi la maggioranza delle compagnie di autobus interruppe le cose e, dulcis in fundo, varie categoria professionali e impiegatizie, in grandissima parte non favorevoli al governo, abbandonarono il lavoro, con o senza l'aiuto della CIA» [W. Blum];
- venne finanziata e riorganizzata militarmente la formazione di estrema destra “Patria y Libertad”, con istruttori militari americani di guerriglia armata forniti dalla scuola texana di Los Fresnos;
- la CIA infiltrò numerosi agenti nelle forze armate cilene, allo scopo di coordinare le “disinformazioni” e tenere alto l'allarme anticomunista tra gli ufficiali; inoltre vi furono infiltrazioni anche tra i partiti di opposizione e nello stesso partito socialista, per far commettere errori nel lavoro amministrativo;
- la stazione della CIA di Santiago del Cile raccolse tra il '70 e il '73 informazioni operative per l'organizzazione di un colpo di Stato: «lista di persone da arrestare, gli impianti civili chiave e il personale che necessitava di protezione, gli impianti governativi strategici di cui bisognava impadronirsi, e i piani di emergenza del governo che sarebbero stati usati in caso di sollevazione militare» [cit. in W. Blum].
Il ruolo statunitense nel colpo di Stato militare che l'11 settembre 1973 rovesciò il governo di Salvador Allende portando alla sanguinaria dittatura del generale Augusto Pinochet fu successivamente negato, e le ripetute inchieste ufficiali del parlamento americano tendono a confermare l'estraneità degli USA nelle operazioni dell'esercito cileno. Il problema, naturalmente, non è se i marines abbiano concretamente premuto il grilletto contro il legittimo governo democratico di uno Stato sovrano, ma quanto le manovre di sabotaggio sopra elencate abbiano concretamente reso possibile l'azione armata delle forze ribelli contro il regime popolare e democratico cileno. Rimane comunque da dire che la presunta estraneità statunitense alle operazioni militari non corrisponde alla totale verità: al largo del porto cileno di Valparaiso unità marittime americane parteciparono, nel giorno del golpe, a un'esercitazione congiunta con la marina cilena, mantenendo per tutta la settimana successiva lo stato di massima allerta; un aereo americano WB-575 dotato di sistemi spionistici di controllo delle comunicazioni, sorvolò i cieli del Cile mentre 32 caccia statunitensi vennero fatti atterrare nella base di Mendoza in Argentina, a pochi chilometri dal confine col Cile.
Ci piace ricordare, prima di aprire questa triste pagina di storia contemporanea, quello che scrisse W. Blum a conclusione della sua ricerca sui delitti della CIA in Cile: «nel Terzo Mondo Washington non conosce peggior eresia dell'indipendenza. Nel caso di Salvador Allende l'indipendenza si presentò abbigliata di un costume molto provocatorio: un marxista costituzionalmente eletto che continuava a onorare la Costituzione. Questo non poteva accadere. Avrebbe minato le fondamenta sulle quali poggiava la torre dell'anticomunismo, la dottrina, così scrupolosamente coltivata per decenni, secondo la quale i “comunisti” possono prendere il potere solo con la forza e con l'inganno, possono mantenere quel potere solo mediante il terrore e il lavaggio del cervello della popolazione. C'era una sola cosa peggiore di un marxista al potere: un marxista eletto» [tratto da: Il libro nero degli Stati Uniti, cit., pag. 320].
| Un esempio di storiografia scolastica recente sui fatti del Cile .
«Negli anni '60 il Cile contava circa dieci milioni di abitanti, meticci al 65%, indios al 10%, il resto bianchi. Era un paese con due problemi: un'oligarchia terriera fortissima (l'1% dei proprietari controllava il 60% della terra) e una enorme potenzialità economica in campo minerario (il rame) nelle mani delle compagnie statunitensi. In più, il Cile presentava una precoce urbanizzazione, una classe operaia socialista e comunista ben organizzata e un ceto medio di idee laiche e liberali. liberali e conservatori, anche qui, si alternarono al potere a partire dal 1931, con questa differenza, rispetto al resto dell'America latina: che le sinistre parteciparono direttamente al governo fra il 1938 e il 1948, e poi, in forma indiretta, fra il 1952 e il 1958. I temi dello scontro erano più o meno gli stessi che altrove [cioè nel continente sudamericano]: riforma agraria e nazionalizzazione delle miniere. In realtà, fino alla presidenza del democristiano Eduardo Frei (1964-70), la modernizzazione si rivelò piuttosto debole. Frei, in accordo con la sinistra, riuscì a espropriare 3,2 milioni di ettari, trovando nel contempo un modo per partecipare, come Stato cileno, al capitale delle società minerarie controllate dagli americani. I due provvedimenti, tuttavia, spaccarono la società cilena: i contadini non avevano capitali sufficienti per sfruttare le proprietà loro concesse, e protestavano; gli ambienti urbani non godevano, d'altra parte, della svolta “statalista” imposta dal presidente, e conoscevano carenza di approvvigionamento a causa della difficile applicazione della riforma agraria.
In questo clima, nel 1970, divenne presidente il candidato di Unidad Popular, Salvador Allende (1908-73), socialista, fautore di un programma molto chiaro: “socialismo nella libertà”, ovvero nel rispetto del parlamento e delle sue prerogative. La sfida, tuttavia, si presentava difficile. I democristiani centristi erano all'opposizione; gli americano temevano il ripetersi dell'esperimento cubano, tanto più che si tornava a parlare di nazionalizzazione delle miniere; infine, all'estrema sinistra, c'erano movimenti radicali che contestavano la via moderata di Allende e auspicavano una decisa svolta rivoluzionaria. Fra scioperi, pressioni esterne, ostilità interne, Allende non poté fare molto: nel settembre 1973, un golpe militare, organizzato con l'appoggio degli Stati Uniti, lo rovesciò, instaurando la feroce dittatura del generale Augusto Pinochet (n. 1915). Allende, vista l'impossibilità di qualsiasi resistenza, si tolse la vita nel palazzo presidenziale di Santiago.» [Il brano è tratto da: De Bernardi, Guarracino, Balzani: Tempi dell'Europa, tempi del mondo , Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, 2004, pp. 341-2].
Qualche osservazione: considerando il fatto del tutto ovvio che un testo scolastico deve per forza operare delle sintesi sulla vasta materia offerta dalla storia contemporanea, e quindi il nostro giudizio non può riguardare la ristrettezza del discorso dedicato alla tragica fine di Allende e del suo esperimento politico, alcuni dubbi sorgono tuttavia in merito ai contenuti. L'autore del brano certamente non tace sulla responsabilità statunitense nei fatti del Cile, ma il tutto si riduce a un vago accenno, affatto squilibrato rispetto all'importanza dei fatti. Che un paese relativamente piccolo e povero come il Cile venga umiliato e devastato nella sua economia e nel suo tessuto sociale dalla più grande potenza economica del mondo, autoproclamantesi, tra l'altro, portatrice assoluta dei valori della democrazia e della libertà, non è un fatto secondario, ma è il punto cruciale della questione. Il colpo di Stato del '73 non fu un semplice problema interno del Cile, ma ha messo in gioco i valori dell'Occidente e la fiducia che la più grande democrazia del mondo ha il diritto di pretendere da tutti noi. Se questo è avvenuto una volta, allora tutto fa supporre che possa essere accaduto ancora, e tutto il nostro lavoro è teso alla dimostrazione di questa triste realtà.
Ma esporre gli eventi storici nel modo qui citato costituisce, a nostro parere, un grave pericolo per la verità: seppellire i fatti nella genericità di un'informazione apparentemente neutrale può solo portare a una conseguenza: la noncuranza verso l'ingiustizia e le tragedie dell'umanità. Qui, in sostanza, si dice: sì, il delitto c'è stato (come definire infatti il favoreggiamento di un assassinio politico che portò poi allo sterminio di migliaia di oppositori politici?), ma non è poi così determinante, e non deve pesare troppo sul nostro giudizio finale. Ma quale importanza può avere lo studio della storia, se esso non porta, alla fine, a saper scegliere tra giustizia e ingiustizia, tra verità e menzogna? E come si può imparare a distinguere giustizia e verità, se la storia ci viene presentata, parafrasando il filosofo tedesco Hegel, come “quella notte in cui tutte le vacche sono nere”? |
Cronologia dettagliata
Torna all'indice |