| Progetto Novecento Il muro di ferro Vladimir (Ze'ev) Jabotinsky – 1923 Introduzione Nel 1920-1921, poco tempo dopo che gli Inglesi ebbero ottenuto il governo della Palestina, rivoltosi arabi attaccarono antiche comunità ebraiche e sioniste a Hebron, Jaffa e altrove. La leadership sionista divenne consapevole della necessità di una forza di difesa ebraica. La Hagannah fu formata all'inizio del 1921, ma poiché non le era permesso operare in modo libero e indipendente dagli Inglesi e aveva scarse risorse, essa si dimostrò incapace di difendere gli Ebrei nel 1921. Jabotinsky fu arrestato per aver guidato la difesa degli Ebrei nel 1920 e condannato a 15 anni di prigione. Gli fu in seguito accordata la grazia. Ze'ev Jabotisky e altri leader sionisti chiedevano una forza legionaria ebraica indipendente, che fosse sostenuta dal governo mandatario e autorizzata a difendersi contro i rivoltosi arabi.
Divenne presto evidente che il governo mandatario avrebbe soltanto acconsentito a una forza mista ebraica e araba sotto la supervisione inglese. Data la mancanza di zelo che gli Arabi e gli Inglesi mostravano nel difendere gli Ebrei contro i rivoltosi, i sionisti avvertirono che una forza del genere sarebbe stata inadeguata. E, in effetti, la protezione inglese si dimostrò insufficiente contro le successive rivolte del 1929. Tuttavia la leadership sionista tradizionale capì anche che una legione ebraica non sarebbe stata un'imminente concessione da parte degli Inglesi, che essi avrebbero dovuto accontentarsi della piccola forza illegale della Hagannah e di qualsiasi protezione la polizia mandataria avrebbe fornito loro. Jabotinsky era irremovibile su questo punto e divulgò una polemica difendendo il diritto a una forza di autodifesa per gli Ebrei garantita dal mandato, forza che egli descrisse come un “muro di ferro”.
“La colonizzazione sionista deve fermarsi, oppure procedere incurante della popolazione nativa . Ciò significa che essa può procedere e svilupparsi soltanto sotto la protezione di un potere che sia indipendente dalla popolazione nativa – dietro un muro di ferro, nel quale la popolazione nativa non possa aprirsi un varco. Questa è la nostra politica verso gli Arabi; non che cosa dovrebbe essere, ma che cosa realmente è, che noi lo ammettiamo o no. Che bisogno c'è, altrimenti, dalla Dichiarazione Balfour? O del Mandato? Il loro valore per noi è che il Potere esterno si è impegnato a creare nel paese tali condizioni di gestione e di sicurezza che se la popolazione autoctona volesse ostacolare il nostro lavoro, lo troverebbe impossibile. E tutti noi, senza alcuna eccezione, stiamo chiedendo giorno dopo giorno che questo Potere esterno esegua questo compito vigorosamente e con determinazione .In questo senso non c'è differenza fra i nostri “militaristi” e i nostri “vegetariani”. A parte il fatto che i primi preferiscono che il muro di ferro sia composto da soldati ebrei e gli altri si accontentano che essi siano inglesi. Tutti noi chiediamo che ci sia un muro di ferro. Tuttavia continuiamo a danneggiare la nostra causa parlando di “accordo”, che significa dire al Governo Mandatario che la cosa importante non è il muro di ferro ma le discussioni. Una retorica vuota di questo tipo è pericolosa . Ed è per questo che non è soltanto un piacere ma un dovere screditarla e dimostrare che essa è tanto irrealistica quanto disonesta.” Jabotinsky era un reazionario persino nel contesto dell'Europa del primo Novecento. Il suo scritto è pieno di impassibile colonialismo e di cliché razzisti che erano abbastanza comuni in un'epoca in cui i testi di paleontologia consideravano gli aborigeni africani e gli Australiani di una specie diversa e inferiore e gli Ebrei, gli Africani e altre minoranze erano ridicolizzati nei racconti popolari e nel cinema. Egli scrisse a proposito degli Arabi: “Culturalmente essi sono cinquecento anni dietro di noi, non hanno la nostra resistenza né la nostra determinazione.” Egli concepiva il Sionismo come un'impresa coloniale, alla stessa maniera della colonizzazione degli Stati Uniti o dell'Australia: “I miei lettori hanno un'idea generale della storia della colonizzazione in altri paesi. Io consiglio loro di considerare tutti i precedenti di cui sono al corrente e vedere se esista un solo esempio di una qualsiasi colonizzazione condotta con il consenso della popolazione nativa. Non esiste un tale precedente.” In ogni caso, le sue intenzioni erano quelle di mostrare che gli Arabi non erano pazzi e che, come qualunque altro popolo, non avrebbero ceduto il proprio status di maggioranza senza lottare: “Immaginare, come fanno i nostri filo-arabi, che essi acconsentiranno volontariamente alla realizzazione del Sionismo in cambio delle comodità morali e materiali che il colono ebreo porta con sé è un'opinione infantile, che racchiude una sorta di disprezzo per il popolo arabo; ciò significa che essi disprezzano la razza araba e che la considerano come una plebaglia corrotta, che può essere comprata e venduta ed è disposta a cedere la propria patria per un buon sistema ferroviario. […] In secondo luogo, questo non significa che non ci potrà essere alcun accordo con gli Arabi palestinesi. Ciò che è impossibile è un accordo volontario. Finché gli arabi sentiranno che esiste la minima speranza di sbarazzarsi di noi, essi rifiuteranno di cedere questa speranza in cambio di qualunque parola gentile o di un po' di pane e burro, perché essi non sono una plebaglia, ma un popolo vivo. E come un popolo vivo, si arrenderanno di fronte a problemi di carattere vitale soltanto quando non avranno più nessuna speranza di liberarsi di noi, poiché non saranno in grado di farsi un varco nel muro di ferro.” Le opinioni di Jabotinsky riflettevano la mentalità di una minoranza significativa del movimento sionista. Il razzismo, prevalente anche in movimenti nazionalisti palestinesi dell'epoca, è certamente imbarazzante. Tuttavia, la dottrina dell'autodifesa ebraica indipendente, sotto la supervisione del mandato o in altro modo, era abbastanza valida dal punto di vista sionista, fu adottata e se ne fece buon uso. La teoria che nessun compromesso potesse essere raggiunto con i Palestinesi soltanto attraverso proposte pacifiche divenne sempre più ovvia con l'acutizzarsi della lotta, ma essa non era probabilmente la dottrina di maggioranza prima della rivolta araba del 1936. Il “muro di ferro” è stato interpretato come una dottrina del Sionismo che cercava di espellere gli Arabi dalla Palestina con la forza. Tuttavia, come è chiaro dai brani precedenti, essa si riferiva originariamente a un concetto di difesa molto modesto – un'autodifesa ebraica autonoma all'interno del mandato britannico. Lo stesso Jabotinsky sembra averla ampliata, sino a dire che in generale gli Arabi della Palestina non avrebbero mai accettato un governo di maggioranza ebraica a meno che non fossero forzati a farlo. Tuttavia nell'articolo egli evidenzia che l'intento a lungo termine è quello di creare uno stato multi-etnico, nello spirito del Programma di Helsingfors (Helsinki) del 1906. Il concetto di “muro di ferro” formò la base dei due articoli pubblicati a distanza di una settimana nel 1923 sul giornale russo Rassvyet , che veniva stampato a Parigi. Il primo, che è solitamente citato, sviluppò “il muro di ferro” come un concetto limitato alla questione della “Legione ebraica” che Jabotinsky voleva formare sotto il mandato. Il secondo articolo, benché sia intitolato “L'etica del muro di ferro”, discute in realtà l'etica degli insediamenti ebraici in Palestina piuttosto che l'uso della forza in loro difesa e si allontana totalmente dal contesto originale della Legione ebraica. Il “muro di ferro” è stato recentemente rimaneggiato come dottrina governativa del Sionismo attivista tradizionale dal professor Avi Shlaim nel suo libro Il muro di ferro . Tuttavia, la dottrina dell'“attivismo” sionista è leggermente differente dalla posizione difensiva del muro di ferro e fu concepita nel contesto della creazione dello Stato d'Israele, non durante il mandato. Lo stesso Jabotinsky lasciò il movimento sionista subito prima che l'articolo fosse pubblicato. I suoi saggi, l'originale “Il muro di ferro” e un secondo sull'“Etica del muro di ferro”, furono pubblicati in russo e non erano documenti ufficiali dell'organizzazione sionista. Leader laburisti sionisti come Ben Gurion o Itzhak Rabin, che Avi Shlaim afferma essere discepoli della dottrina del muro di ferro, non avevano altro che disprezzo per Jabotinsky e per il revisionismo, ed è molto improbabile che Rabin avesse persino letto qualcosa di Jabotinsky. Ami Isseroff ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ Pubblicato originariamente in russo con il titolo O Zheleznoi Stene in “Rassvyet”, 4 novembre 1923 Venerdì 26 novembre 1937 “The Jewish Herald” (Sud Africa)
Colonizzazione della Palestina Impossibile un accordo con gli Arabi Il Sionismo deve andare avanti
di Vladimir Jabotinsky
È una regola eccellente iniziare un articolo con il punto più importante, ma questa volta trovo necessario cominciare con un'introduzione, e anzi, di più, con un'introduzione personale. Io sono ritenuto un nemico degli arabi, che vuole cacciarli dalla Palestina, e così via. Non è vero. Emotivamente, il mio atteggiamento nei confronti degli Arabi è lo stesso di quello verso tutte le altre nazioni – gentile indifferenza. Politicamente, il mio comportamento è determinato da due principi. Innanzitutto io considero totalmente impossibile cacciare gli arabi dalla Palestina. Ci saranno sempre due nazioni in Palestina – il che è abbastanza buono per me, visto che gli Ebrei diventeranno la maggioranza. E in secondo luogo io appartengo al gruppo che in passato redasse il Programma di Helsingfors, il programma dei diritti nazionali per tutte le nazionalità che vivono nello stesso Stato. Nel redigere quel programma noi avevamo in mente non soltanto gli Ebrei, bensì tutte le nazioni del mondo, e la sua base è l'eguaglianza di diritti. Io sono pronto a giurare vincolando noi stessi e i nostri discendenti che noi non faremo mai niente in opposizione al principio dell'uguaglianza dei diritti e che non tenteremo mai di cacciare nessuno. Questo è per me un credo veramente pacifico . È però una domanda completamente diversa se sia sempre possibile realizzare uno scopo pacifico con mezzi altrettanto pacifici. Perché la risposta a questa domanda non dipende dal nostro atteggiamento verso gli Arabi, ma totalmente dal comportamento degli Arabi verso di noi e il Sionismo. Ora, dopo questa introduzione, possiamo procedere con l'argomento. L'accordo volontario non è possibile Non ci può essere alcun accordo volontario fra noi e gli Arabi palestinesi. Né adesso, né in una prospettiva futura. Dico questo con tale convinzione, non perché io voglia danneggiare i sionisti moderati. Non credo che saranno danneggiati. Eccetto quelli che sono nati ciechi, essi hanno realizzato già da tempo che è totalmente impossibile ottenere un consenso volontario degli Arabi palestinesi per trasformare la “Palestina” da un paese arabo a un paese con una maggioranza ebraica. I miei lettori hanno un'idea generale della storia della colonizzazione in altri paesi. Io consiglio loro di considerare tutti i precedenti di cui sono al corrente e vedere se esista un solo esempio di una qualsiasi colonizzazione condotta con il consenso della popolazione nativa. Non esiste un tale precedente. Le popolazioni native, civilizzate o non civilizzate, hanno sempre resistito caparbiamente ai colonizzatori, senza curarsi del fatto che essi fossero civilizzati o selvaggi . E non fa alcuna differenza se i colonizzatori si comportavano decentemente oppure no. I compagni di Cortez e Pizarro o (come alcuni ci ricorderanno) i nostri stessi antenati sotto Joshua Ben Nun si comportavano come briganti; ma i Padri Pellegrini, i primi veri pionieri del Nord America, erano persone dalla più alta moralità che non volevano far del male a nessuno, men che meno agli Indiani pellerossa, onestamente convinti che ci fosse abbastanza spazio nelle praterie sia per i Visipallidi sia per i Pellerossa. Ciononostante, la popolazione nativa combatté con la stessa ferocia contro i buoni colonizzatori come contro i cattivi. Ogni popolazione nativa, civilizzata o no, considera la propria terra come un focolare nazionale, del quale essa è il solo signore, e vuole preservare questa supremazia in eterno; essa si rifiuterà di ammettere non soltanto nuovi padroni, ma anche nuovi partner e collaboratori.
Gli Arabi non sono pazzi Questo è vero anche per gli Arabi. I nostri pacifisti stanno cercando di persuaderci che gli Arabi siano o dei pazzi che noi possiamo ingannare mascherando i nostri intenti, o dei corrotti che possano essere pagati per lasciare a noi la loro rivendicazione di priorità in Palestina in cambio di vantaggi culturali ed economici. Io ripudio questa concezione degli Arabi palestinesi. Culturalmente essi sono cinquecento anni dietro di noi, non hanno la nostra resistenza né la nostra determinazione; ma essi sono buoni psicologi proprio come noi e le loro menti sono state formate come le nostre da secoli di ben intessuta logomachia. Noi possiamo raccontare loro qualsiasi cosa vogliamo a proposito dell'innocenza dei nostri scopi, tenerli a bada e addolcirli con parole mielate per renderle loro gradevoli, ma essi sanno che cosa vogliamo così come noi sappiamo ciò che essi non vogliono. Essi provano per la Palestina lo stesso istintivo amore geloso che gli antichi Aztechi provavano per l'antico Messico e i Sioux per le loro praterie ondulate. Immaginare, come fanno i nostri filo-arabi, che essi acconsentiranno volontariamente alla realizzazione del Sionismo in cambio delle comodità morali e materiali che il colono ebreo porta con sé è un'opinione infantile, che racchiude una sorta di disprezzo per il popolo arabo; ciò significa che essi disprezzano la razza araba e che la considerano come una plebaglia corrotta, che può essere comprata e venduta ed è disposta a cedere la propria patria per un buon sistema ferroviario.
Tutti gli indigeni resistono ai colonizzatori Non c'è giustificazione per una tale credenza. Può essere che qualche singolo arabo si faccia corrompere. Ma ciò non significa che l'intero popolo arabo della Palestina venderebbe quel fervente patriottismo custodito così gelosamente: nemmeno gli abitanti della Papuasia lo farebbero. Ogni popolazione nativa nel mondo resiste ai colonizzatori finché ha la minima speranza di essere capace di liberarsi dal pericolo di essere colonizzata. Questo è ciò che gli Arabi in Palestina stanno facendo e ciò che continueranno a fare finché rimarrà loro un solo barlume di speranza di poter prevenire la trasformazione della “Palestina” nella “Terra d'Israele”.
Comprensione araba Alcuni di noi ci hanno indotto a credere che tutti i problemi siano dovuti a un malinteso – gli Arabi non ci hanno capito e questa è l'unica ragione per cui essi ci resistono; se noi potessimo solo rendere loro chiaro quanto sono moderate in realtà le nostre intenzioni, essi ci protenderebbero immediatamente la mano in segno di amicizia. Questa credenza è totalmente infondata ed è stata diffusa più volte. Richiamerò soltanto un esempio tra tanti. Pochi anni fa, durante una delle sue periodiche visite in Palestina, Sokolov diresse un incontro proprio su questa questione del “malinteso”. Egli dimostrò lucidamente e in modo convincente che gli Arabi si sbagliano terribilmente se pensano che noi abbiamo il minimo desiderio di deprivarli dei loro possedimenti, o di cacciarli dal paese, o che vogliamo opprimerli. Noi non chiediamo neanche un Governo ebraico che eserciti il Mandato della Società delle Nazioni. Uno dei giornali arabi, “El Carmel”, rispose allora in un editoriale, il cui succo era il seguente: I sionisti stanno facendo tanto rumore per nulla. Non c'è nessun malinteso. Tutto ciò che Mr . Sokolov dice a proposito delle intenzioni sioniste è vero, ma gli Arabi lo sanno anche senza di lui. Ovviamente i sionisti non possono pensare di cacciare gli Arabi dal paese o di opprimerli, né essi progettano un Governo ebraico. Ovviamente essi sono ora impegnati in una cosa soltanto – che gli Arabi non ostacolino la loro immigrazione. I sionisti ci assicurano che anche l'immigrazione sarà severamente regolata secondo le necessità economiche della Palestina. Gli Arabi non ne hanno mai dubitato: è un'ovvietà, perché altrimenti non ci potrebbe essere nessun'immigrazione.
Nessun “malinteso” Questo giornalista arabo era in realtà d'accordo sul fatto che la Palestina avesse potenzialmente una larga capacità di assorbimento, cioè che ci fosse spazio per una grande quantità di Ebrei nel paese senza che venisse rimosso un singolo arabo. C'è soltanto una cosa che i sionisti vogliono ed è la stessa unica cosa che gli Arabi non vogliono, poiché questo è il mezzo attraverso il quale gli Ebrei diverrebbero gradualmente la maggioranza, dopodiché un Governo ebraico seguirebbe automaticamente, e il futuro della minoranza araba dipenderebbe dalla benevolenza degli Ebrei; e uno status di minoranza non è una buona cosa, come gli stessi Ebrei non sono mai stanchi di far notare. Quindi non c'è nessun “malinteso”. I sionisti vogliono soltanto una cosa, l'immigrazione ebraica; e questa immigrazione ebraica è ciò che gli Arabi non vogliono. Questa posizione dell'editore arabo è così logica, così ovvia, così indiscutibile, che tutti dovrebbero conoscerla a memoria ed essa dovrebbe diventare la base di tutti le nostre future discussioni sulla questione araba. Non ha alcuna importanza quale fraseologia utilizziamo per spigare i nostri scopi colonizzatori, se quella di Herzl o quella di Sir Herbert Samuel. La colonizzazione porta con sé la propria spiegazione, l'unica spiegazione possibile, inalterabile e chiara come la luce del giorno per qualunque ebreo e per qualunque arabo . La colonizzazione può avere un unico scopo e gli Arabi palestinesi non possono accettarlo. È nella natura stessa delle cose, e da questo particolare punto di vista la natura non può essere cambiata.
Il muro di ferro Noi non possiamo offrire nessuna ricompensa adeguata agli Arabi palestinesi in cambio della Palestina. Perciò non esiste niente di simile al raggiungimento di un accordo volontario. E così, tutti quelli che considerano un tale accordo una condizione sine qua non per il Sionismo possono di conseguenza dire “no” e ritirarsi dal Sionismo. La colonizzazione sionista deve fermarsi, oppure procedere incurante della popolazione nativa . Ciò significa che essa può procedere e svilupparsi soltanto sotto la protezione di un potere che sia indipendente dalla popolazione nativa – dietro un muro di ferro, nel quale la popolazione nativa non possa aprirsi un varco. Questa è la nostra politica verso gli Arabi; non che cosa dovrebbe essere, ma che cosa realmente è, che noi lo ammettiamo o no. Che bisogno c'è, altrimenti, dalla Dichiarazione Balfour? O del Mandato? Il loro valore per noi è che il Potere esterno si è impegnato a creare nel paese tali condizioni di gestione e di sicurezza che se la popolazione autoctona volesse ostacolare il nostro lavoro, lo troverebbe impossibile. E tutti noi, senza alcuna eccezione, stiamo chiedendo giorno dopo giorno che questo Potere esterno esegua questo compito vigorosamente e con determinazione .In questo senso non c'è differenza fra i nostri “militaristi” e i nostri “vegetariani”. A parte il fatto che i primi preferiscono che il muro di ferro sia composto da soldati ebrei, e gli altri si accontentano che essi siano inglesi. Tutti noi chiediamo che ci sia un muro di ferro. Tuttavia continuiamo a danneggiare la nostra causa, parlando di “accordo”, che significa dire al Governo Mandatario che la cosa importante non è il muro di ferro ma le discussioni. Una retorica vuota di questo tipo è pericolosa . Ed è per questo che non è soltanto un piacere ma un dovere screditarla e dimostrare che essa è tanto irrealistica quanto disonesta.
Sionismo morale e giusto Due brevi annotazioni: In primo luogo, se qualcuno obietta che questo punto di vista è immorale, io rispondo: Non è vero: o il Sionismo è morale e giusto, oppure è immorale e ingiusto. Ma questa è una domanda che avremmo dovuto porci prima di diventare sionisti. Effettivamente ce la siamo posta e abbiamo risposto affermativamente. Noi riteniamo che il Sionismo sia morale e giusto. E dal momento che esso è morale e giusto, giustizia deve essere fatta, non importa se Joseph o Simon o Ivan o Achmet concordano oppure no . Non esiste altra moralità.
Un eventuale accordo In secondo luogo, questo non significa che non ci potrà essere alcun accordo con gli Arabi palestinesi. Ciò che è impossibile è un accordo volontario. Finché gli arabi sentiranno che esiste la minima speranza di sbarazzarsi di noi, essi rifiuteranno di cedere questa speranza in cambio di qualunque parola gentile o di un po' di pane e burro, perché essi non sono una plebaglia, ma un popolo vivo. E come un popolo vivo, si arrenderanno di fronte a problemi di carattere vitale soltanto quando non avranno più nessuna speranza di liberarsi di noi, poiché non saranno in grado di farsi un varco nel muro di ferro. Né fino ad allora essi rinunceranno ai loro leader estremisti, la cui parola d'ordine è “Mai!”. E solo allora la leadership passerà ai gruppi moderati, che si avvicineranno a noi con una proposta per la quale noi dovremmo accettare entrambi concessioni reciproche. Dopodiché, noi potremo aspettarci che essi discutano onestamente di questioni pratiche, come una garanzia contro lo smantellamento arabo, o uguali diritti per i cittadini arabi, o l'integrità nazionale araba. E quando ciò accadrà, io sono sicuro che noi Ebrei saremo pronti a dar loro garanzie soddisfacenti, così che entrambi i popoli potranno vivere in pace, come buoni vicini . Ma l'unico modo per ottenere un tale accordo è il muro di ferro, vale a dire un potere forte in Palestina che non sia soggetto a nessuna pressione araba. In altre parole, l'unico modo per raggiungere un accordo in futuro è abbandonare ogni idea di cercare un accordo al presente.
From the text at http://www.jabotinsky.org/Jaboworld/docs/Iron%20Wall.doc (with some corrections of typography and grammar - emphasis is in the original). A similar text is at http://www.marxists.de/middleast/ironwall/ironwall.htm -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
di Vladimir Jabotinsky “The Jewish Standard”, 5/9/1941 (Londra)
Pubblicato originariamente in “Rassvyet” (Parigi) l'11/11/1923 come una continuazione dell'articolo precedente I Torniamo al Programma di Helsingfors. Dal momento che sono uno di quelli che hanno aiutato a redigerlo, io non sono naturalmente disposto a mettere in dubbio la giustizia dei principi in esso sostenuti. Il programma garantisce parità di cittadinanza e autodeterminazione nazionale. Io sono fermamente convinto che qualsiasi giudice imparziale accetterà questo programma come la base ideale per una collaborazione pacifica e cordiale tra due nazioni. Ma è assurdo aspettarsi che gli Arabi abbiano la mentalità di un giudice imparziale; poiché in questo conflitto essi non sono i giudici, ma una delle parti contendenti. E dopotutto, il nostro problema principale è se gli Arabi, anche quando credessero in una collaborazione pacifica, sarebbero disposti ad avere dei “vicini”, persino buoni vicini, nel paese che essi considerano di loro proprietà. Neanche quelli che cercano di commuoverci con frasi altisonanti oseranno negare che un'omogeneità nazionale è meglio di una diversità nazionale. Quindi perché una nazione che è perfettamente soddisfatta del suo isolamento dovrebbe ammettere nel suo paese anche buoni vicini in numero considerevole? “Io non voglio né il tuo miele né la tua spina” è una risposta ragionevole. Ma a parte questa difficoltà fondamentale, perché devono essere gli Arabi a dover accettare il Programma di Helsingfors, o comunque un qualsiasi programma che riguarda uno Stato che ha una popolazione nazionale mista? Fare una richiesta del genere è chiedere l'impossibile. La teoria di Sprinter non ha più di 30 anni. E nessuna nazione, neppure la più civilizzata, ha ancora acconsentito a mettere in pratica questa teoria onestamente. Persino i Cechi, sotto la leadership di Masaryk, il maestro di tutti gli autonomisti, non hanno potuto o voluto farlo. Tra gli Arabi, persino i loro intellettuali non hanno mai sentito parlare di questa teoria. Ma questi stessi intellettuali sapranno che una minoranza soffre sempre da qualche parte: i Cristiani in Turchia, i Musulmani in India, gli Irlandesi sotto gli Inglesi, i Polacchi e i Cechi sotto i Tedeschi, adesso i Tedeschi sotto i Polacchi e i Cechi, e così via, senza fine. Bisogna quindi essere intossicati di retorica per aspettarsi che gli Arabi credano che gli Ebrei, tra tutti i popoli nel modo, saranno gli unici a riuscire, o almeno ad avere onestamente l'intenzione di realizzare un'idea che non ha avuto successo con altre nazioni che hanno una maggiore autorità. Se insisto su questo punto, non è perché voglio che anche gli Ebrei abbandonino il Programma di Helsingfors come base per un futuro modus vivendi. Al contrario, noi – o almeno chi scrive queste righe – crediamo in questo programma così come crediamo nella nostra capacità di realizzarlo nella vita politica, giacché tutti i precedenti hanno fallito. Ma sarebbe inutile adesso per gli Arabi. Essi non capirebbero e non farebbero alcun affidamento sui suoi principi: non sarebbero in grado di apprezzarli.
II E dal momento che è inutile, esso può anche essere dannoso. È incredibile come gli Ebrei siano così sempliciotti in politica. Essi chiudono gli occhi di fronte a una delle regole più elementari della vita, che non bisogna “incontrare a metà strada” quelli che non ti vogliono incontrare. Un tipico esempio di ciò avveniva nella vecchia Russia, quando una delle nazioni oppresse, di comune accordo, lanciava una crociata contro gli Ebrei, boicottandoli e scatenando dei pogrom contro di loro. Allo stesso tempo, questa nazione stava combattendo per ottenere la propria autonomia, senza nessun tentativo di dissimulare che ciò significa usare la propria autonomia con l'obiettivo di opprimere gli Ebrei. Peggio di prima. E ciononostante, politici e scrittori ebrei (persino nazionalisti ebrei) consideravano un loro dovere sostenere gli sforzi autonomisti dei loro nemici, con la scusa che l'autonomia è una causa sacra. È significativo come noi Ebrei consideriamo nostro dovere alzarci in piedi e rallegrarci ogniqualvolta venga suonata la Marsigliese, anche se è suonata da Haman in persona, e le teste degli Ebrei sono fracassate come accompagnamento. Mi è stato una volta raccontato di un uomo che era un ardente democratico e ogni volta che ascoltava la Marsigliese, egli stava in piedi attento e impassibile, come un soldato in parata. Una notte degli scassinatori irruppero in casa sua e uno di essi fece suonare la Marsigliese. Una cosa del genere non è moralità, è una sciocchezza. La società umana è costruita sulla base del mutuo vantaggio. Se si porta via il mutuo principio, il diritto diventa una falsità. Ogni uomo che passa per strada davanti alla mia finestra ha il diritto di vivere in quanto egli riconosce il mio diritto a vivere; ma se egli è determinato a uccidermi, io non posso dire che egli abbia qualche diritto a vivere. E questo è vero anche per le nazioni. Altrimenti il mondo diventerebbe una giungla di bestie selvagge, dove non solo il debole, ma anche coloro che hanno un minimo di sentimento sarebbero sterminati. Il mondo deve essere un posto di cooperazione e benevolenza reciproca. Se noi dobbiamo vivere, dovremmo vivere tutti allo stesso modo e se noi dobbiamo morire, dovremmo morire tutti allo stesso modo. Ma non esiste moralità o etica che conceda il diritto a un ingordo di rimpinzarsi, mentre persone più moderate muoiono di denutrizione. C'è un'unica moralità possibile, quella dell'umanità, e in pratica, nel nostro particolare esempio, essa consiste in questo: se oltre al Programma di Helsingfors noi avessimo le tasche piene di concessioni di ogni tipo, compresa la nostra intenzione di partecipare a qualche fantastica Federazione Araba od morza do morza (da mare a mare), trattative con loro sarebbero ancora possibili soltanto se gli Arabi acconsentissero dapprima alla creazione di una Palestina ebraica. I nostri antenati lo sapevano molto bene. E il Talmud cita un'azione legale molto istruttiva – che ha un riferimento diretto con questo problema. Due persone che camminano per la strada trovano un abito. Uno di loro dice: “L'ho trovato io. È mio!”. Ma l'altro dice: “No, non è vero! Io ho trovato l'abito ed è mio!”. Il giudice a cui essi si appellano taglia l'abito in due parti e ciascuno di queste persone ostinate ne ottiene una metà. Ma c'è un'altra versione di questo caso. Soltanto uno dei due richiedenti è ostinato, mentre l'altro ha deciso di stupire il mondo con la sua magnanimità. Così egli dice: “Entrambi abbiamo trovato l'abito e perciò io ne chiedo solo metà, perché l'altra appartiene a B”. Ma B insiste di essere stato lui a trovarlo e che quindi soltanto lui ne ha diritto. In questo caso il Talmud emette una sentenza saggia, vale a dire molto deludente per il nostro magnanimo gentleman. Il giudice dice: “Siete d'accordo per quanto riguarda metà dell'abito. A ammette che essa appartiene a B. Quindi è solo la seconda metà che è in discussione. Dobbiamo, perciò dividere questa in due metà”. E il richiedente ostinato ottiene tre quarti dell'abito, mentre il “gentleman” soltanto un quarto: e gli sta bene! È una bella cosa essere un gentleman, ma non c'è alcuna ragione per essere un idiota. I nostri antenati lo sapevano. Ma noi l'abbiamo dimenticato. Dovremmo tenerlo in mente in modo particolare, dal momento che siamo malmessi in questo problema delle concessioni. Non c'è molto che possiamo concedere al nazionalismo arabo senza distruggere il Sionismo. Non possiamo abbandonare lo sforzo di raggiungere una maggioranza ebraica in Palestina. Né possiamo permettere alcun controllo arabo sulla nostra immigrazione o unirci in una Federazione Araba. Non possiamo neanche appoggiare alcun movimento arabo; attualmente essi sono a noi ostili e di conseguenza tutti noi, inclusi persino coloro che fanno della retorica pro-araba, ci rallegriamo a ogni sconfitta subita da questo movimento, non solo nell'adiacente Transgiordania e in Siria, ma anche in Marocco. E questo stato delle cose continuerà, perché non può essere altrimenti, finché un giorno il muro di ferro costringerà gli Arabi ad arrivare a un accordo con il Sionismo una volta per tutte.
III Consideriamo per un momento il punto di vista di coloro a cui questo sembra immorale. Dobbiamo rintracciare la radice del male in questo – che noi stiamo cercando di colonizzare un paese contro la volontà della sua popolazione, in altre parole, con la forza. Qualunque altra cosa che sia indesiderabile spunta da questa radice con un'inevitabilità assiomatica. Che cosa bisogna fare, allora? Il modo più semplice sarebbe cercare un paese diverso da colonizzare. Come l'Uganda. Ma se osserviamo più da vicino il problema, troveremo che lo stesso male esiste anche lì. Anche l'Uganda ha una popolazione autoctona, che consapevolmente o inconsapevolmente come in qualsiasi altro esempio nella storia, resisterà all'arrivo dei colonizzatori. È vero che questi indigeni sono neri. Ma ciò non modifica il fatto essenziale. Se è immorale colonizzare un paese contro la volontà della sua popolazione nativa, la stessa moralità deve essere applicata in modo uguale ai neri come ai bianchi. È vero che il nero non può essere sufficientemente avanzato da pensare di mandare delegazioni a Londra, ma egli troverà presto qualche amico bianco di buon cuore che glielo insegnerà. Dato che questi indigeni si dimostrerebbero totalmente indifesi, come dei bambini, il problema peggiorerebbe. Quindi, se la colonizzazione è un'invasione e una rapina, il crimine più grande di tutti sarebbe derubare dei bambini indifesi. Di conseguenza, la colonizzazione in Uganda è ugualmente immorale e la colonizzazione in qualunque parte del mondo, comunque essa si chiami, è immorale. Non esistono più isole disabitate nel mondo. In ogni oasi c'è una popolazione nativa insediata da tempo immemorabile, che non tollererebbe una maggioranza immigrante o un'invasione di estranei. Cosicché, se esiste un popolo senza terra nel mondo, anche il suo sogno di un focolare nazionale è un sogno immorale. Coloro che sono senza terra devono rimanere senza terra per l'eternità. Tutta la terra è stata assegnata. Basta! La moralità ha detto così. Dal punto di vista ebraico, la moralità ha un aspetto particolarmente interessante. Si dice che noi Ebrei contiamo 15 milioni di persone sparse in tutto il mondo. Per metà sono ora letteralmente senza patria, poveri, inseguiti, miserabili. Il numero degli Arabi raggiunge i 38 milioni. Essi abitano il Marocco, l'Algeria, Tunisi, Tripoli, l'Egitto, la Siria, l'Arabia e l'Iraq – un'area che a parte il deserto è uguale a metà dell'Europa. Ci sono in questa vasta area 16 Arabi per miglio quadrato. È doveroso ricordare come paragone che la Sicilia ha 352 abitanti per miglio quadrato e l'Inghilterra 669. È ancora più doveroso ricordare che la Palestina costituisce circa la duecentesima parte di quest'area. Eppure, se gli Ebrei senza patria chiedono la Palestina per se stessi, è “immorale”, perché ciò non soddisfa la popolazione nativa. Una tale moralità può essere accettata tra i cannibali, ma non in un mondo civilizzato. Il suolo non appartiene a coloro che possiedono terra in eccesso, ma a coloro che non ne possiedono alcuna. È un atto di semplice giustizia alienare parte di terra di quelle nazioni che sono comprese tra i maggiori proprietari terrieri del mondo, allo scopo di fornire un rifugio a un popolo errante e senza patria. E se una nazione di così grande estensione terriera oppone resistenza – il che è perfettamente naturale – bisogna obbligarla ad accondiscendere. Una giustizia che è imposta non cessa di essere giustizia. Questa è l'unica politica verso gli Arabi che sia possibile per noi. Per quanto riguarda un accordo, avremo tempo di discuterne successivamente. Contro il Sionismo è usato ogni genere di slogan; la gente invoca la Democrazia, la maggioranza decreta l'autodeterminazione nazionale. Ciò significa che gli Arabi, essendo attualmente la maggioranza in Palestina, hanno il diritto all'autodeterminazione e possono quindi insistere che la Palestina debba rimanere un paese arabo. La democrazia e l'autodeterminazione sono principi sacri, ma principi sacri come il nome del Signore non devono essere usati invano – per sostenere una frode, per nascondere l'ingiustizia. Il principio dell'autodeterminazione non significa che se qualcuno si è impadronito di una striscia di terra, essa debba rimanere in suo possesso per sempre, e che chi è stato scacciato con la forza dalla sua terra debba rimanere per sempre senza patria. Autodeterminazione significa revisione – una revisione della distribuzione della terra fra le nazioni tale che quelle nazioni che hanno troppo dovrebbero rinunciare a parte di essa in favore di quelle nazioni che non ne hanno abbastanza o non ne hanno per niente, in modo che tutti abbiano un posto su cui esercitare il proprio diritto all'autodeterminazione. E ora, quando tutto il mondo civilizzato ha riconosciuto che gli Ebrei hanno diritto a ritornare in Palestina, il che significa che gli Ebrei sono, in teoria, anche “cittadini” e “abitanti” della Palestina, ma che essi ne sono stati cacciati e il loro ritorno deve essere un processo lungo, è sbagliato sostenere che nel frattempo la popolazione locale ha il diritto di rifiutare loro il permesso di ritornare e il diritto a quella “Democrazia”. La Democrazia della Palestina consiste in due gruppi nazionali, il gruppo locale e coloro che sono stati cacciati, e il secondo gruppo è più numeroso. ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Traduzione di Emanuele Sorani (SIE "A. Spinelli") |