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PASSATO E PRESENTE
Per una lettura storica dell'attualità
1924 – 1953 - 2005: Riforme elettorali, leggi truffa e dittature della minoranza.
È in corso da alcune settimane, nel parlamento italiano, uno scontro molto duro tra maggioranza e opposizione intorno ad una proposta di riforma dell'attuale legge elettorale, [Senato - Camera dei deputati] riforma voluta dai partiti di centrodestra (la “casa delle libertà”) per correggere il sistema vigente, di tipo maggioritario, in senso proporzionale.
In sintesi, per sistema proporzionale si intende la possibilità per i cittadini di indicare col proprio voto un partito politico e un suo candidato, scegliendoli nella rosa di tutti i gruppi politici ammessi alla consultazione elettorale. Con questo sistema l'elettorato non elegge direttamente il governo, ma indica qual è la forza numerica di ciascun partito; sulla base della distribuzione dei voti, saranno poi i partiti stessi a creare le coalizioni di governo (non è detto quindi che il partito più votato debba formare il governo, se i partiti minori formano una coalizione che assomma la maggioranza dei deputati eletti), e sarà il Presidente della repubblica ad indicare il capo di governo più idoneo a rappresentare la nuova maggioranza. All'opposto, col sistema maggioritario , l'elettorato indica quale partito (di solito si tratta di gruppi di partiti che si presentano già coalizzati alle elezioni) dovrà governare, esprimendo anche la sua preferenza per il leader. In questo caso, il Presidente della repubblica non è chiamato che a ratificare la scelta evidente dei cittadini.
Attualmente, dunque, in Italia il sistema elettorale è di tipo maggioritario (con alcune correzioni tecniche in senso proporzionale molto complesse da spiegare, ma che non compromettono sostanzialmente l'impianto di fondo). Le ragioni per le quali l'attuale maggioranza parlamentare vuole presentare la riforma proporzionalista sono, anch'esse, tecnicamente molto complesse e oggetto di un serrato dibattito politico sia in parlamento che su tutti i mezzi d'informazione.
Semplificando molto, i partiti al governo sostengono che, grazie alla riforma, il Paese otterrà una maggiore stabilità politica, evitando che i gruppi minori all'interno di una coalizione possano esercitare pressioni e ricatti in grado di minare la coesione dell'alleanza, creando uno stallo istituzionale e il blocco delle riforme politiche necessarie per governare lo Stato. In sostanza, infatti, il “cuore” della proposta consiste nell'istituire uno sbarramento per i partiti che non superino una certa percentuale di voti (più o meno il 4%), in modo tale che essi non possano entrare in parlamento (in molti paesi europei questa “soglia di sbarramento” è già praticata, col risultato di semplificare molto il quadro della rappresentanza parlamentare). Al contrario, i partiti di opposizione (di centrosinistra) sostengono che questa legge non è ammissibile per alcune ragioni molto precise: viene proposta quando ormai ci si trova a pochissimi mesi di distanza dalle elezioni, modificando le “regole del gioco” proprio nel momento in cui il “gioco” è iniziato (a questo proposito va ricordato che proprio nel 2000 il governo di centrosinistra presentò a sua volta una proposta di riforma elettorale che l'opposizione di allora rifiutò di discutere per le stesse ragioni, ovvero perché presentata troppo a ridosso delle elezioni del 2001; in quell'occasione la maggioranza ritirò la proposta, nel rispetto dei diritti dell'opposizione); inoltre, secondo il centrosinistra, la proposta di legge nasconde il tentativo di ribaltare i risultati elettorali, con un sistema di conteggio dei voti – la soglia di sbarramento al 4% - e di “premi di maggioranza” tale da consegnare la vittoria all'alleanza che prenderebbe meno voti.
Questa seconda obiezione merita alcune spiegazioni: 1) la soglia del 4% stabilita dalla proposta della Cdl sarebbe estremamente sfavorevole al centrosinistra, perché molti dei partiti che compongono la sua coalizione sono partiti piccoli che raggiungono a stento percentuali tra il 2 e il 4 per cento; 2) il cosiddetto “premio di maggioranza” è sempre stato, nelle leggi elettorali, una leva usata per togliere forza alle opposizioni, permettendo alle coalizioni vincenti, magari grazie a un piccolo scarto di voti, di ottenere, come un bonus maturato in ragione della vittoria ottenuta, una maggioranza parlamentare superiore a quella effettiva raggiunta col conteggio dei voti, e tale da togliere ogni possibilità di contrasto alla minoranza. Questi “premi di maggioranza” sono sempre presentati come necessari a consolidare la “governabilità”: infatti uno scarto troppo piccolo di deputati tra maggioranza e opposizione rende necessari infiniti compromessi tra le forze politiche per rendere possibili soprattutto l'approvazione di rilevanti riforme sociali o istituzionali che necessitano di un largo consenso all'interno del parlamento.
È necessario inoltre ricordare ancora un fatto: l'attuale sistema elettorale maggioritario è stato adottato in seguito a un referendum votato dai cittadini italiani nel 1993; esso è quindi più che mai l'espressione diretta di una volontà popolare. Ogni modifica che vada in senso contrario all'esito di quel pronunciamento costituisce dunque una lesione dei diritti e della volontà della cittadinanza.
Come per gli altri articoli di questa rubrica, il nostro scopo non è quello di entrare nel merito del dibattito politico in corso, e meno che mai di schierarci a favore o contro questa o quella parte in causa. Il nostro intento è quello di esplorare la memoria storica alla ricerca di fatti che ci possano spiegare la continuità nel tempo di problemi e fenomeni che appaiono spesso più complessi e oscuri di quanto in realtà non siano. Complesso e oscuro, infatti, questo ennesimo scontro polemico tra governo e opposizione lo è oggettivamente per la grande maggioranza dei cittadini, che rischiano di trovarsi schierati da una o dall'altra parte solo per ragioni di appartenenza politica più che per effettive convinzioni personali. Ma il tutto potrebbe risultare più semplice da comprendere ricorrendo alla ricostruzione di due eventi di un passato non molto lontano che rivelano molti punti in comune con l'attuale situazione.
Il 18 novembre 1923 i due rami del parlamento italiano, nei quali erano ancora legalmente rappresentati tutti i partiti in quel momento attivi nella vita politica italiana, approvarono una legge di modifica del sistema elettorale vigente, proposta dal sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Mussolini, Giacomo Acerbo. Ricordiamo che Mussolini un anno prima era stato incaricato, dal re Vittorio Emanuele III, a seguito dei disordini passati poi alla storia col nome di “marcia su Roma”, di formare un governo che aveva subito ottenuto la fiducia di tutti i partiti di centro-destra, a capo dei quali si trovavano personaggi come De Gasperi, Gronchi, Giolitti e Bonomi. Il partito fascista, tuttavia, era rappresentato da una piccola minoranza di deputati, e il governo Mussolini era tollerato dai grandi gruppi politici solo alla luce di una emergenza nazionale che ci si aspettava di sanare il più presto possibile attraverso regolari votazioni. Proprio in vista di quelle votazioni, che si sarebbero tenute nel 1924, Mussolini volle riformare il sistema elettorale per apparire, almeno formalmente, sorretto da una reale maggioranza parlamentare.
La “Legge Acerbo”, così chiamata dal nome del suo estensore, era dunque così concepita: oltre ad una serie di modifiche “tecniche” riguardanti l'età per l'eleggibilità, che passava da trenta a venticinque anni (in considerazione del fatto che molti dei leader del movimento fascista erano giovani), e l'abolizione del divieto di eleggibilità dei pubblici funzionari, le novità più importanti riguardavano il meccanismo elettorale stesso. L'art. 40 della “legge Acerbo” stabiliva che tutto il Regno diventava un unico grande collegio elettorale nazionale diviso in 16 circoscrizioni, per ciascuna delle quali veniva stabilito anticipatamente il numero di seggi da assegnare alla maggioranza e alla minoranza ( in altre parole: il partito vincente in una circoscrizione otteneva un numero di seggi non ricavato dal numero dei voti ottenuti, ma stabilito per legge ). Questo meccanismo permetteva di fissare la lista (oggi diremmo la coalizione) più votata in assoluto; in base alla legge, questa lista avrebbe ottenuto automaticamente i 2/3 dei deputati (quella che si chiama una maggioranza assoluta), cioè 356 su 535, purché avesse raggiunto il 25% dei consensi su scala nazionale. Avete letto bene: superata la soglia del 25% dei voti nazionali, la coalizione che avesse superato anche solo di un voto i suoi avversari, avrebbe ottenuto il 66% dei seggi in parlamento! Tecnicamente dunque, il nodo della questione ruotava attorno alla fatidica introduzione del cosiddetto “premio di maggioranza”. Il partito più forte, anche se minoritario rispetto all'insieme dei suoi avversari, si costituiva una maggioranza formale non corrispondente alla realtà politica del paese.
Poco importa sapere che Mussolini non ebbe bisogno delle legge per vincere le elezioni del '24, nelle quali ottenne il 56% dei voti effettivi. Ciò che conta sono i comportamenti e le scelte politiche di un uomo che mirava scientemente al potere dittatoriale, potere che seppe costruire passo dopo passo con spregiuficate operazioni di “ingegneria” politica.
Dicembre 1952 – marzo 1953, Roma. Il presidente del consiglio Alcide De Gasperi era preoccupato: nelle ultime elezioni amministrative avevano guadagnato voti le ali estreme dello schieramento politco, e in particolar modo i partiti di destra. L'Italia intera, inoltre, era scossa da uno stato di tensione sociale che vedeva coinvolti operai del nord e contadini meridionali sotto la tutela politica dei sindacati. La cosa non solo era manifestamente sgradita alle classi dirigenti nazionali, ma attirava anche le critiche dirette e, a volte, minacciose dell'ambasciata americana e degli organi politici statunitensi ad essi collegati, dipartimento di Stato e comando NATO. Se questo stato di cose avesse dovuto durare, il Paese sarebbe andato incontro a conflitti assai violenti tra i gruppi reazionari di estrema destra e i comunisti, ma anche a sanzioni economiche che avrebbero privato la sua economia degli aiuti elargiti dagli USA fin dagli anni del “Piano Marshall”.
Sulla situazione sociale dell'Italia nell'immediato dopoguerra – condizione e diritti dei lavoratori, rapporti tra potere politico ed economico, ingerenza statunitense negli affari interni del nostro Paese – riportiamo alcuni dati di riferimento tratti dalla cronologia storica della Fondazione Cipriani:
- giugno 1949: a Roma, la direzione generale di Pubblica sicurezza scrive in una sua relazione: "La inadeguatezza delle leggi attuali non potrà mai essere compensata dall'azione delle forze dello Stato, perché essa costituisce una barriera insormontabile tanto per una compagnia come per un intero Corpo d'armata. Pertanto sarebbe urgente procedere alla emanazione di provvedimenti legislativi per la disciplina dello sciopero, per colpire gli organizzatori della rivolta, per infrenare la libertà di stampa, per la disciplina giuridica dei sindacati e per una maggiore libertà d'azione degli organi di polizia, nella ricerca di armi nelle abitazioni private".
- 21 aprile 1950: A Washington, il National security Council suggerisce al presidente Harry Truman che, qualora il Pci fosse entrato nel governo italiano o il governo "avesse smesso di mostrarsi deciso a opporsi alle minacce comuniste, interne o dall'estero…gli Usa dovrebbero prendere misure…intese a prevenire la dominazione comunista e a riesaminare la determinazione italiana di contrastare il comunismo. Inoltre gli Stati uniti dovrebbero prendere misure militari, in collaborazione con gli altri paesi della Nato, per contrastare le azioni comuniste che minaccino la posizione strategica degli Usa nel Mediterraneo".
- 8 fabbraio 1952: la Fiat licenzia 8 lavoratori, attivisti sindacali, con l'accusa di ‘sabotaggio'.
- 28 giugno: la Fiat ordina il licenziamento di 9 attivisti sindacali della Fiom e della Uilm.
- 8 luglio 1952: alla Camera, un'interpellanza del democristiano Togni sul delitto Codecà accusa i lavoratori e i sindacati. Il ministro Togni accusa il Pci di essere moralmente responsabile dell'uccisione dell'ingegner Codecà, a Torino, con i suoi incitamenti alla "lotta di classe".
- 3 novembre 1953: In un rapporto al presidente americano Dwight Eisenhower, l'ambasciatrice Clara Booth Luce scrive che "dal 1945 più di tre miliardi di dollari di aiuti americani sono andati all'Italia. Questo aiuto palese ha riabilitato l'Italia, ma non ha frenato la marcia del comunismo".
- Ottobre 1953: a Torino, la direzione della Fiat trasmette all'Ambasciata americana a Roma un documento nel quale illustra la situazione politico – sindacale esistente all'interno dell'azienda: "…In contrapposto all'unico Sindacato operai meccanici di antichissima formazione e perciò di piena fiducia degli operai (Fiom, Federazione italiana operai meccanici, legata alla Cgil, Confederazione generale italiana lavoratori), resosi strumento politico–comunista con l'avvento – subito dopo la guerra – di capi comunisti ai posti direttivi e di comando, si sono costituite ed oggi funzionano regolarmente le nuove formazioni sindacali, libere da vincoli comunisti, della Cisl (liberi lavoratori) e della Uil (lavoratori socialdemocratici), col vantaggio per i lavoratori di una progressiva migliore chiarificazione circa le vere finalità (puramente politiche, puramente economiche) impresse dai capi alle rispettive organizzazioni. Questo complesso di provvidenze e di azioni ha permesso alla Fiat in soli cinque anni di debellare l'azione disgregatrice negli uomini e distruttrice nelle produzioni condotta dagli attivisti comunisti e di ricondurre l'ambiente di lavoro Fiat nelle condizioni di sviluppo normale delle produzioni e di comprensione e fiducia reciproca fra Direzioni, impiegati, operai. L'azione particolare delle Direzioni Fiat contro gli attivisti comunisti è stata in questi cinque anni decisiva; continui licenziamenti di attivisti comunisti in ogni occasione di tentativi di disordini provenienti da questi; allontanamenti dei capi deboli per età o per insufficienza; rinnovamento completo dei quadri e degli uomini addetti alla sorveglianza; esclusione di appartenenti (o sospetti di appartenenza) a partiti estremi nei reparti più delicati o riservati (soprattutto reparti di aviazione e di produzioni militari)…".
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Tra gli eventi che avevano scosso il Paese nei primi mesi del '52 ricordiamo in particolare le violente manifestazioni che i nazionalisti avevano inscenato in tutta Italia sulla questione del “territorio libero di Trieste”, allora ancora sotto l'amministrazione controllata americana; l'assassinio, a Torino del direttore del personale della FIAT Emo Codecà, accusato del licenziamento di alcuni operai rei di aver partecipato agli scioperi; infine la legge presentata dal ministro degli interni Mario Scelba, e approvata a grande maggioranza dal parlamento, che vietava la riorganizzazione e l'attività di partiti neofascisti. A fronte delle crescenti tensioni sociali e politiche, il 13 maggio il consiglio dei ministri aveva presentato una proposta di legge, detta "la polivalente". Con essa, De Gasperi intendeva istituire leggi “speciali” che avrebbero dovuto disciplinare la stampa, i sindacati, punire la formazione di partiti o movimenti contrari alle istituzioni, reprimere la violenza come lotta politica e il disfattismo (il riferimento era agli scioperi, alle occupazioni delle fabbriche, alle manifestazioni di protesta organizzate dai sindacati della sinistra). Per l'approvazione di questo disegno di legge, concepito anche per costringere il Partito Comunista ad atti di provocazione che avrebbero permesso di metterlo fuori legge, occorreva tuttavia una maggioranza sicura basata su un forte sostegno parlamentare. Da qui, nacque il progetto degasperiano di una riforma elettorale che assegnasse, alla coalizione vincente, un “premio di maggioranza” sufficientemente ampio da garantirle la governabilità assoluta.
Il meccanismo tecnico della legge di riforma del '53 prevedeva che alla lista, o alla coalizione di partiti, che avesse superato il 50% dei voti fosse attribuito il 65% dei seggi alla Camera dei deputati . Nella prospettiva di una vittoria, si allearono Democrazia Cristiana, Partito Socialista Democratico, Partito Liberale, Partito Repubblicano, Südtiroler Volkspartei e Partito Sardo d'Azione.
I partiti della sinistra, comunista e socialista, dichiararono immediatamente la loro intransigente opposizione a quella che chiamarono – e ancora oggi è ricordata come – “legge truffa”, sostenuti da autorevoli personaggi come Ferruccio Parri che, per combattere la nuova legge elettorale, fondò un nuovo partito di Unità Popolare. Tutta l'Italia fu scossa da grandi manifestazioni di protesta, e la campagna elettorale per le elezioni di giugno divenne uno scontro aspro e a volte rovente sui principi stessi della democrazia e di una libertà di dissenso che stava per essere rimessa in discussione. Ma alle elezioni politiche del 7 e 8 giugno 1953 i partiti di centro ottennero il 49,8% circa dei voti: per qualcosa come 57.000 il meccanismo della legge non scattò; gli elettori non avevano gradito la riforma. Il successivo governo De Gasperi durò molto poco, e con le sue dimissioni anticipate, lo statista democristiano uscì definitivamente dalla scena politica.
Alcune riflessioni: ciò che unisce gli eventi sopra citati non è solamente il fatto, di per sé legittimo, della costituzione di un meccanismo elettrorale che garantisca alla maggioranza vincitrice la “governabilità” del Paese. I fatti ci dicono ben altro: i fatti ci dicono che in entrambe le situazioni ricordate, chi già deteneva il governo operò per consolidare il proprio potere contro ogni forma di rispetto per le minoranze, imponendo i propri interessi a quelli della libera dialettica delle idee. Le leggi elettorali, infatti, fanno parte di quella sfera del dibattito politico che riguarda le cosiddette “regole del gioco”; e quella sfera non può essere considerata di proprietà di una sola parte, soprattutto della parte più forte. Il vero pensiero liberale, ricordiamolo sempre, è basato su un assunto irrinunciabile, che non è tanto la “libertà di pensiero” quanto la difesa dei diritti delle minoranze. Un governo che non applichi questo principio non può definirsi veramente democratico. |