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12 giugno 2005: referendum abrogativo di alcuni articoli della legge sulla "procreazione medicalmente assistita"

Il 12 giugno 2005 si è tenuto il referendum popolare per l'abrogazione di alcuni articoli della legge del 19 febbraio 2004 n. 40, relativa alle "Norme in materia di procreazione medicalmente assistita", legge con la quale il parlamento italiano ha ritenuto di mettere ordine nel complesso universo delle tecniche biomediche di fecondazione artificiale, utili alla soluzione dei diversi casi di infertilità (o sterilità) sia maschile che femminile. In parole povere: per i casi dei cosiddetti “figli in provetta”.
Senza entrare nel merito degli aspetti tecnici del problema, o tanto meno in quelli ancor più complessi attinenti l'etica e i diritti fondamentali della persona, interessa, dal punto di vista storico, analizzare i risvolti politici dell'evento referendario, così come si è caratterizzato nelle settimane precedenti la data del 12 giugno.
Come in ogni altro referendum della storia repubblicana, anche questo ha visto sorgere due schieramenti connotati politicamente: uno “progressista” ovvero favorevole alla libertà incondizionata degli individui e delle coscienze, e l'altro “conservatore”, ovvero mirante a stabilire dei limiti di legge nelle possibilità di scelta dei cittadini. In realtà questa è una semplificazione estrema delle posizioni, resa ancora più inadeguata dal fatto che in questo caso gli schieramenti sono stati non due ma tre: il terzo essendo rappresentato da un movimento di opinione “astensionista”, mirante cioè a creare una maggioranza di non-votanti utile a far fallire le ragioni stesse del referendum. La particolarità di questo terzo schieramento era quella di essere stato determinato, nel suo stesso sorgere, da una presa di posizione ufficiale del presidente della Conferenza episcopale italiana (l'assemblea dei vescovi italiani), cardinale Camillo Ruini. Un fatto che molti commentatori, politici e semplici cittadini hanno subito identificato come ingerenza dello Stato Vaticano nella vita politica italiana.

Nella storia moderna, diciamo dalla rivoluzione francese in poi, è entrato a far parte della filosofia politica il principio secondo il quale l'uguaglianza dei cittadini è un diritto naturale, che prescinde cioè da qualunque differenza di razza, di nascita, di cultura e di religione; su questo principio si basano l'ordinamento liberale e democratico, i cui fondamenti prescrivono che lo Stato non attribuisca ad alcun gruppo di individui particolari privilegi giuridici, politici o economici (ma su quest'ultimo aspetto, il liberalismo si è differenziato per lungo tempo), e non tenga conto, nell'esercizio della giurisdizione (nella definizione cioè dei suoi principi costituzionali e giuridici comuni) delle differenze di religione dei cittadini, ovvero non ritenga alcun principio confessionale superiore ad alcun altro.
Ma la storia delle teorie politiche e, in particolare, delle Costituzioni, che ne rappresentano l'aspetto materiale, è sempre stata ambigua e contraddittoria: non c'è Costituzione – nell'età moderna – che non sia stata per qualche verso tradita o mistificata nella sua applicazione politica concreta (e, a dire il vero, anche la Costituzione democratica di Atene era un disegno a cui corrispondevano ogni sorta di ingiustizie e prevaricazioni sociali ed economiche). La Costituzione americana fu scritta da ricchi proprietari terrieri che praticavano lo schiavismo; la Carta francese del 1793, voluta da un governo rivoluzionario, addirittura non fu mai applicata, mentre quella del '95 fu abbandonata quasi immediatamente, prima con l'avventura napoleonica, poi con il tramonto dell'illuminismo. Il disegno costituzionale dell'Italia repubblicana (1948) era talmente avanzato, nei suoi principi sociali e nelle garanzie democratiche, da poter dire che non ha mai conosciuto una reale e corretta applicazione. E dunque, sarebbe un'ingenuità voler vedere nella vicenda dell'ingerenza vaticana nell'evento referendario più recente, qualcosa di inconsueto, o una regressione anticostituzionale verso tempi ormai passati. In realtà, malgrado i principi democratici – sorti in gran parte dalle teorie politiche liberali del ‘700 – su cui la repubblica italiana si fonda, la sua storia è stata ed è costantemente condizionata dalla presenza di un potere temporale della Chiesa nel proprio tessuto civile, potere che non è mai andato significativamente scemando, malgrado la perdita materiale dei territori.

Quello che con linguaggio socio-politico viene definito il “mondo cattolico” italiano costituisce, fin dalla controriforma del Seicento, la “massa di manovra” per mezzo della quale lo Stato della Chiesa esercita la parte visibile della sua attività politica. In questa sede ci limiteremo ad una veloce analisi dei rapporti tra Stato e Chiesa nel Novecento, ma non si può non citare, a titolo puramente esemplificativo, l'enorme peso esercitato dal papato nel processo risorgimentale italiano, sia dal punto di vista ideologico (la sua preferenza per Stati avversari in quanto cattolici, come l'Austria), che da quello della sua politica interna (l'enorme numero di “patrioti” italiani condannati a morte, nei territori pontifici, dalla durezza del regime poliziesco), che da quello dei suoi rapporti coi vicini peninsulari (le bande armate sanfediste del meridione, istigate al massacro dal cardinale Ruffo). Per tutto il corso dei secoli XVIII e XIX non ci fu progresso sociale e politico – la dichiarazione dei diritti dell'uomo, l'abolizione del regime feudale, il sorgere dei principi repubblicani di eguaglianza e libertà, gli ideali liberali e socialisti, lo stesso progresso scientifico – che non sia stato condannato duramente e senza remissione dalla Chiesa romana. E tutto questo in un'ottica puramente classista conservatrice, basata sulla visione medievale della divisione sociale per caste, intesa platonicamente come disegno divino.

L'atto finale di nascita dello Stato italiano, la presa di Roma da parte delle truppe piemontesi nel 1870, segna anche l'inizio di una nuova fase dei rapporti tra Chiesa romana e politica italiana. Privato di un vero territorio statale da amministrare e governare – tribunali, forze di polizia, amministrazione fiscale, ecc. – il papato opera un repentino processo di sublimazione della sua prassi politica, assumendo che se non esistono più sudditi di uno Stato della Chiesa (se non in misura risibile), esiste tuttavia il Popolo della Chiesa, e questo popolo è presente ovunque la fede cattolica è diffusa. Una sorta di “pan-cattolicesimo” paragonabile, per gli usi che ne sono stati fatti, al “pangermanesimo” tedesco otto-novecentesco, il quale teorizzava che ovunque si parlasse tedesco, lì sorgeva una nazione germanica.
Gli atti concreti di questa nuova gestione della “cosa pubblica” vaticana furono subito chiari e clamorosi: il Sillabo, la proclamazione dell'infallibilità del papa, il “non expedit”. Mentre il Sillabo forniva l'unità di misura non tanto di ciò che il credente deve porre a fondamento della sua fede, ma di ciò che non deve entrare a far parte della vita del cattolico – un criterio ad excludendum che sancisce un recinto manicheo di proibizioni e di nemici -, il dogma dell'infallibilità dotava il papato dell'arma politica sostitutiva del perduto potere giudiziario, per cui, nel cosiddetto credente, se era caduta la paura della prigione, rimaneva tuttavia quella più vaga ma più oscura della pena eterna. E la prima applicazione concreta del dogma politico fu la proibizione esplicita imposta da Leone XIII nel 1895 di ogni forma di partecipazione dei cattolici alla vita dello Stato, compresa la libera espressione del voto.
Ciò che veniva messo in discussione, dal punto di vista dell'autorità ecclesiastica, non era tanto l'esistenza di uno Stato laico – cosa di per sé automaticamente inconcepibile nella tradizione cattolica –, quanto la cosiddetta “libertà del papa”, che dalla presa di Porta Pia si considerava prigioniero politico dell'Italia. Un'attenta interpretazione di questo dato la dice lunga sulla visione del destino storico della Chiesa da parte dei suoi più alti rappresentanti in quei lontani giorni. Quella “denuncia”, in effetti, proiettava la funzione della Chiesa romana in un ambito puramente temporale, poiché considerava l'esclusione del papa dalla gestione di un territorio geografico una limitazione della sua autorità. Con buona pace per la funzione pastorale delle anime e la missione di vicario di un Dio che aveva fatto della Croce l'unico suo potere. Ma questo, naturalmente, non era una novità nella storia della chiesa, anzi: la storia della chiesa è sempre stata la storia di un'elite aristocratica in lotta per il predominio territoriale, in un'ottica che ha nel feudalesimo medioevale la sua più profonda ragion d'essere.

Ben presto comunque il Vaticano dovette rendersi conto che indietro non si tornava, e che l'urgenza suprema rimaneva quella di salvare il salvabile del millenario patrimonio economico accumulato dalla chiesa, anche con la forza di persuasione dovuta alla propria funzione spirituale.

In un articolo del 24 ottobre 1952, il settimanale "Oggi" pubblicava un'inchiesta secondo la quale, dopo gli Usa, era il Vaticano a possedere il più consistente tesoro del mondo, in gran parte composto dalle riserve auree, per un valore di 7.000 miliardi di lire (11 miliardi e mezzo di dollari), a fronte di 400 dello Stato italiano, 2.600 della Gran Bretagna e 15.400 degli Usa.
Un articolo di approfondimento

Se non esisteva più uno stato degno di questo nome, rimanevano tuttavia ancora da difendere ingenti patrimoni terrieri e immobiliari, e le rendite di posizione politica dovute ai profondi ed inestricabili legami tra clero e pubblici funzionari di una giovane nazione italiana il cui passato era strettamente intrecciato a quello della chiesa romana. Impedire l'attività politica ai cattolici avrebbe condotto a due conseguenze: la prima, escludere per ciò stesso dal potere uno strato sociale profondamente legato al sottogoverno della nuova amministrazione italiana; la seconda, lasciare spazio alla nuova forza politica emergente, quel partito socialista che tanta attrazione cominciava ad esercitare sulle masse cittadine, e che ben presto avrebbe sottratto al controllo della chiesa anche quelle contadine.

La paura della chiesa per il socialismo risaliva, allora, alla memoria storica della rivoluzione giacobina e alla lotta durissima instauratasi tra Roma e l'assemblea nazionale parigina. Occorre chiarire subito che la rivoluzione francese non fu di per sé antireligiosa, e che la propaganda ateista fu un aspetto più tardo dell'estremismo giacobino legato anche agli eventi precedenti il 1793. Ciò che la nuova costituzione francese imponeva era una separazione tra Chiesa e Stato, e l'abbattimento dei privilegi feudali che assegnavano al clero un potere economico sciolto da ogni responsabilità pubblica. I preti francesi, con la confisca dei terreni della “mano morta”, non perdettero la loro funzione religiosa e spirituale, ma soltanto i privilegi economici, dovendo accettare come unica fonte di reddito una sorta di stipendio statale che li equiparava ai pubblici funzionari. Lo “scandalo”, quindi, era puramente politico-economico, e l'arroganza della chiesa romana consistette nell'attribuire a una divergenza amministrativa e finanziaria un valore religioso. È evidente, dunque, che la condanna del socialismo (visto come il pericoloso erede della blasfemia giacobina) rientrava in un ambito di valori puramente temporali, mascherati da principi spirituali.

Col celebre “patto Gentiloni” il Vaticano, uscito dalla porta della politica italiana, vi rientrò dalla finestra. Ma occorre porre attenzione a non fare di tutte le erbe un fascio. Quando si parla di rientro del Vaticano nei meandri della politica italiana, non ci riferiamo indiscriminatamente a ogni iniziativa intrapresa da personaggi politici di confessione cattolica negli anni del regno. Almeno fino alla fine del fascismo, infatti, diversi furono la storia e gli intendimenti della curia papale, da un lato, e del primo partito cattolico ufficiale italiano, dall'altro. La nascita del Partito Popolare (la futura Democrazia Cristiana) fu segnata da una forte polemica interna al mondo cattolico, le cui gerarchie non si riconoscevano in alcun movimento che facesse riferimento a valori politici “di massa” e a una qualche dottrina di solidarietà basata anche solo su vaghi principi di uguaglianza sociale (principi rappresentati in quegli anni dalle cosiddette “cooperative bianche”, volute principalmente per contrapporre alle dottrine economiche socialiste una qualche forma di prassi sociale cristiana). La nascita del Partito Popolare costò ai suoi fondatori l'esclusione dalla comunità ecclesiale e una dura condanna dottrinale, la stessa che coinvolse in altre forme i promotori europei di un rinnovamento culturale cristiano in senso “modernista”. Il vertice politico della chiesa cattolica era ancora fondato – e lo rimase per quasi tutto il Novecento – su una ristretta cerchia di famiglie aristocratiche di antico lignaggio, la cosiddetta “nobiltà nera”, capace di condizionare totalmente il governo della chiesa in senso meramente conservatore, e la cui influenza si estendeva alle radici stesse delle case regnanti europee, identificandosi coi loro enormi interessi economici e politici. Per tutto il corso del XX secolo, questa élite aristocratica condusse le scelte del Vaticano sempre nella direzione della conservazione politica più reazionaria, abbracciando qualunque regime politico – fosse pure dittatoriale – capace di garantire la difesa dei suoi assoluti e indiscutibili privilegi. E questo con tanto più accanimento, quando il nemico divenne non più la frammentaria e disarmata costellazione politica del movimento operaio, ma il ben più pericoloso sistema comunista sorto con la rivoluzione bolscevica del 1917.

Non ci soffermeremo sull'analisi delle conseguenze derivate nel secolo scorso dalla nascita dell'Unione Sovietica. Basterà accennare a quella febbre che sconvolse il mondo economico ed imprenditoriale dell'occidente capitalista, nota con il nome di “pericolo rosso”; la minaccia del comunismo fu sufficiente a precipitare più di mezza Europa nell'abbraccio mortale del nazi-fascismo, e a giustificare ogni sorta di nefandezze politiche da parte di governi sedicenti democratici e liberali: il corpo di spedizione anglo-americano in terra russa per sostenere le forze controrivoluzionarie tra il '19 e il '21 (al di là degli stessi principi di autodeterminazione dei popoli appena conclamati dal presidente USA Wilson con i suoi celebri “14 punti”, divenuti poi il manifesto politico della nascente Società delle Nazioni), la dichiarazione di neutralità di USA e Gran Bretagna durante la guerra di Spagna del ‘36, che vide i nazisti sostenere militarmente un colpo di Stato contro un legittimo governo repubblicano (naturalmente di sinistra), e il cosiddetto “appeasement” verso Hitler culminato nel patto di Monaco del 1938, col quale l'Inghilterra non intendeva semplicemente evitare la guerra, ma letteralmente autorizzare la Germania nazista ad aggredire l'URSS, poiché agli occhi dell'occidente liberale qualunque dittatura di destra è preferibile al pericolo costituito dalle teorie economiche marxiste.
In tutte questo, la chiesa romana giocò un ruolo politico e – spiace dirlo – anche spirituale determinante. Il cavallo di battaglia della chiesa divenne la facile – e semplicistica – identificazione del comunismo col materialismo economico, con la dottrina cioè che vede nei bisogni economici degli individui e nella lotta tra le classi il motore della storia e l'origine di ogni motivazione ad agire, e che fa delle espressioni dello spirito una sovrastruttura determinata dalle condizioni materiali di esistenza. Con la condanna del materialismo, la chiesa condannava in un sol colpo tutta la storia del movimento operaio, i suoi ideali sociali di uguaglianza e solidarietà, i governi espressi dalle rivoluzioni politiche, i popoli stessi “contaminati” dalla pericolosa ideologia, facendo di tutto ciò un “regno del male” assoluto e indegno di ogni pietà e carità cristiane. In nome della difesa dei valori cristiani, la chiesa benedì le armate nazi-fasciste che soffocarono nel sangue un governo democraticamente eletto e che portava per la prima volta nella storia spagnola una speranza di giustizia che non fosse solo quella promessa nell'aldilà dai pulpiti delle chiese. Benedisse come “uomo della provvidenza” il dittatore italiano che aveva inventato il totalitarismo fascista e soffocato la dignità e la libertà della sua gente sotto il pugno di ferro di una dittatura violenta e guerrafondaia. Scese a patti con la peggiore dittatura della storia moderna pur di salvaguardare gli interessi della minoranza cattolica tedesca, e volse lo sguardo da un'altra parte appena l'evidenza dei crimini nazisti divenne insostenibile, facendosi a volte anche complice, col suo silenzio, dell'olocausto. E, come se non bastasse, verso la fine della guerra si schierò in modo netto – anche se velato da infinite cautele – a favore della Germania nazista, vedendo in essa l'ultimo baluardo “cristiano” contro la barbarie bolscevica avanzante da oriente.

E siamo così giunti al “campione” novecentesco di questa breve storia della chiesa: a papa Pacelli – Pio XII - e alle sue crociate anticomuniste (nonché all'eminente segretario di Stato Montini, il futuro Paolo VI). Su questo personaggio la storia può ancora dire poco, per il semplice fatto che gli archivi diplomatici del Vaticano sono tutt'oggi tra i pochi al mondo – con quelli dell'ex Unione Sovietica – a rimanere rigorosamente segreti. Alcune memorie diplomatiche, documenti filtrati in qualche modo fuori dalle mura della Curia, e soprattutto le cronache politico-giornalistiche del dopoguerra, costituiscono tuttavia un puzzle dai contorni ormai piuttosto chiari.
Pio XII fu il papa su cui ricadde il peso della tragedia nazista, e soprattutto dell'olocausto. Di ciò che egli disse e operò in quegli oscuri frangenti, si sa ancora poco. Ma ciò che si sa – e sono le testimonianze di coloro che frequentarono le sue “ambasciate” europee, i suoi uffici e le sue stanze – non è confortante. Da quando i vescovi polacchi e tedeschi vennero a conoscenza dell'esistenza dei Lager, la preoccupazione di Pio XII fu soprattutto quella di evitare ogni rottura clamorosa con la Germania. Quanto profonda fosse la sofferenza di quel papa per la tragedia in corso è difficile dirlo, ma è certo che l'amore della chiesa cattolica per gli ebrei fu molto più tiepido di quello delle confessioni cristiane protestanti di paesi come la Danimarca, per fare solo un esempio. Le nunziature apostoliche non aprirono le loro porte per la salvezza dei perseguitati – anche se ciò sarebbe costato la vita ai sacerdoti, e non avrebbe certamente salvato gli ebrei dalla ferocia nazista… ma nessuno potrebbe oggi più mettere in dubbio l'alto valore morale di una testimonianza di carità così forte -.
Verso la fine della guerra, comunque, le responsabilità cattoliche si fecero enormemente più pesanti. Con l'appoggio del Vaticano, i servizi segreti americani aprirono una via di fuga verso il Sud America per molti gerarchi nazisti – la “rat lines” – alcuni dei quali furono attivamente arruolati dalla CIA in vista dell'imminente confronto strategico-militare con l'URSS. E per molti mesi, dal '43, il papa premette sugli Alleati per ottenere da loro un ammorbidimento nei confronti della Germania, per convincerli cioè ad accettare una resa che non comportasse la distruzione radicale della nazione tedesca, in funzione della sua posizione di baluardo contro l'invasione sovietica. Sul valore anticristiano di uno stato come la Germania nazista, il Vaticano non spese una sola parola; sulle scelte politiche di Hitler Pio XII lanciò accorati appelli e amichevoli inviti, ma non una sola volta fu ventilata la possibilità di denunciare come “nemico della Chiesa” un popolo che professava la dottrina nazista.

Riporto, a titolo esclusivamente esemplificativo, alcune notizie riprese dal colossale data base storico del sito della Fondazione Cipriani:

  1. 25 aprile '44: a Berlino, il nunzio apostolico Cesare Orsenigo è sollecitato dalla segreteria di Stato vaticana a richiedere al ministero degli Esteri tedesco un salvacondotto per 1.500 ebrei romeni che avrebbero dovuto essere trasportati sulla nave turca ‘Tari' in Palestina. Il cardinale Orsenigo così risponderà: "Conformemente telegramma n.553 del 25 aprile, ho chiesto cautamente ministero degli Esteri se era in corso presso governo Germania qualche richiesta di salvacondotto. Segretario di stato ha risposto che eccetto una lettera di sicurezza per i trasporti viveri del Vaticano , nessun salvacondotto è stato accordato; alla nuova domanda se nemmeno per una nave turca con passeggeri, ha risposto ancora negativamente. Per prudenza non ho fatto altra precisazione".
  2. 1 maggio '44: a Budapest, il nunzio apostolico monsignor Angelo Rotta invia alla segreteria di Stato vaticana un telegramma per segnalare l'intensificazione della campagna antiebraica: "Campagna antiebraica si sviluppa sempre più e si teme espansione movimento nazionalsocialista ad altri campi".
  3. 15 maggio '44: a Budapest, il nunzio apostolico monsignor Angelo Rotta presenta al governo ungherese una nota di protesta nella quale afferma: "Tutti sanno ciò che la deportazione significa in pratica"; e ventila una pubblica protesta di Pio XII: "Io spero che nella sua qualità di Pastore supremo della Chiesa, tutore dei diritti di tutti i suoi figli e difensore della verità e della giustizia, egli non sia obbligato a levare la sua voce di protesta". Scriverà, poi, al cardinale Maglione: "Ciò ho fatto non nella speranza di ottenere gran che, ma perché resti documentata la presa di posizione in merito della Nunziatura e indirettamente della Santa Sede".
  4. 22 maggio '44: a Berna, monsignor Burzio, uditore presso la Nunziatura apostolica, invia al cardinale Maglione il cosiddetto "Protocollo di Auschwitz", un rapporto preparato da due giovani ebrei slovacchi fuggiti dal campo di concentramento che illustra compiutamente quanto avviene al suo interno.
  5. 25 maggio '44: in Vaticano , monsignor Tardini risponde a nome della segreteria di Stato alla proposta americana di un'azione comune a favore degli ebrei, scrivendo: "Non è opportuno che la S. Sede si metta su questa strada: la S. Sede non si deve legare (né comunque apparire legata) al carro americano, soprattutto sulla questione ebraica. L'azione della S. Sede deve essere indipendente e sua propria".
  6. 2 giugno '44: Pio XII, in un discorso al Sacro Collegio in occasione del suo onomastico, prende posizione contro le voci di "mal dissimulata violenza o aperto annunzio di vendetta" che sono correnti nei confronti della Germania ribadendo la posizione vaticana, in modo implicito, sulla necessità di una pace negoziata e non di una ‘resa senza condizioni' come preteso dagli alleati. "In guisa sorge in molti – afferma il Papa – il timore, quasi non vi fosse anche per i popoli e le nazioni come tali, altra alternativa all'infuori di questa piena vittoria o distruzione completa. Dove questo tagliente dilemma è una volta penetrato negli animi, opera col suo funesto influsso come stimolo prolungatore della guerra, anche presso coloro che per interno impulso o per considerazioni realistiche sarebbero inclini ad una pace ragionevole. Lo spettro di quell'alternativa, la persuasione della vera o supposta volontà del nemico di distruggere la vita nazionale fin nelle radici, soffocano ogni altra riflessione e infondono in non pochi il coraggio della disperazione. Coloro che sono posseduti da tali sentimenti avanzano, come in un sonno ipnotico, attraverso abissi d'indicibili sacrifici e costringono così altri ad una lotta estenuante e dissanguatrice, le cui conseguenze economiche, sociali e spirituali minacciano di divenire il flagello del tempo avvenire".
  7. 18 giugno '44: a Budapest, il nunzio apostolico monsignor Rotta segnala alla segreteria di Stato vaticana l'inerzia dell'episcopato ungherese che non ha intrapreso "nessuna azione collettiva pubblica /alla quale/ lo avevo invitato" sulla deportazione degli ebrei.
  8. 24 giugno '44: a Budapest, il nunzio apostolico monsignor Rotta segnala alla segreteria di Stato vaticana che proseguono le deportazioni degli ebrei cattolici ed aggiunge: "Molti cattolici sono scandalizzati condotta remissiva episcopato, dettata da eccessiva prudenza. Urgerebbe un invito pressante Santa Sede al Cardinale Primate perché con azione pubblica ed energica salvi quello che ancora si può salvare, e salvi pure onore Chiesa cattolica ora assai compromesso".
  9. 25 giugno '44: Pio XII invia un telegramma personale all'ammiraglio Horty, reggente dell'Ungheria, perché intervenga a favore degli ebrei cattolici.
  10. 29 giugno '44: a Budapest, il cardinale Serédi, primate d'Ungheria, comunica al nunzio apostolico monsignor Rotta che è pronta la lettera pastorale da leggere in tutte le chiese della nazione la domenica seguente, per protestare contro la deportazione degli ebrei. Il governo, però, è intervenuto chiedendo di sospenderne la lettura "dietro promessa cessazione deportazioni e esenzione a favore ebrei battezzati". Nel testo della lettera pastorale si poteva leggere: "Noi non neghiamo che numerosi ebrei hanno avuto un'influenza distruttiva e malefica sulla vita economica, sociale e morale dell'Ungheria. E' ugualmente vero che gli altri non hanno protestato contro le azioni dei loro correligionari. Noi non dubitiamo che la questione ebraica deve essere regolata in maniera legale e giusta. Di conseguenza, noi non abbiamo obiezioni contro le misure prese, nella misura in cui è in questione il sistema finanziario dello Stato. E nemmeno protestiamo contro l'eliminazione dell'influenza nociva degli ebrei. Al contrario, noi desideriamo che essa scompaia. Ma sarebbe trascurare i nostri doveri morali ed episcopali non mettere in guardia contro ogni attentato portato alla giustizia, contro le sofferenze inflitte ai nostri compatrioti ungheresi e fedeli della nostra Chiesa cattolica, per il solo fatto della loro origine…"
  11. 13 ottobre '44: a Berlino, il nunzio apostolico Cesare Orsenigo invia un dispaccio alla segreteria di Stato vaticana per informare di essere intervenuto presso il ministero degli Esteri tedesco per raccomandare "un mite trattamento degli internati nei campi di concentramento di Pruszko e Oswiecim (Auschwitz)" e che, comunque, "il Ministero si sottrae ad ogni raccomandazione asserendo che le voci diffuse provengono da propaganda nemica e che prigionieri…dei campi indicati furono anche visitati dalla Croce rossa internazionale".
  12. 14 novembre: in Vaticano , la segreteria di Stato invia all'Ambasciata germanica presso la Santa Sede una nota relativa alle notizie circolanti sui massacri in corso nei campi di concentramento tedeschi, nella quale afferma: "In quanto alle voci diffuse in questi ultimi tempi circa la sorte che, secondo piani prestabiliti, sarebbe riservata a prigionieri o internati di determinata stirpe o nazionalità, la Santa Sede ha preso atto con soddisfazione delle dichiarazioni fatte in proposito al Nunzio apostolico dal Ministero degli Esteri del Reich".
  13. 22 gennaio '45: il cardinale Idelfonso Schuster [arcivescovo di Milano] invia al nunzio apostolico a Berna, monsignor Filippo Bernardini, una lettera da inoltrare al Vaticano con la quale comunica che "oggi, in grande 'riserbo', è venuto da me l'ambasciatore germanico, passando da una porta secondaria. Il colloquio si è mantenuto sulle generali. Egli va cercando un ponte, e sperava che questo potesse essere il Romano Pontefice. Ormai i popoli non possono più intendersi per difetto d'una lingua comune..."
  14. 2 febbraio '45: in Vaticano , mons. Angelo Dell'Acqua addetto alla segreteria di Stato, avuta notizia che in Germania si procede alla sistematica eliminazione fisica degli ebrei all'interno dei campi di concentramento, propone l'invio di un telegramma:" E' noto che ben poco si è riusciti ad ottenere dal governo germanico in favore degli ebrei. Oggi, poi, che si parla tanto di dure condizioni da farsi alla Germania nazista (anche da parte degli ebrei) non so quale speranza si possa nutrire in un nuovo passo della Santa Sede. Tuttavia si tratta di un'opera umanitaria e, perciò, qualche cosa bisogna tentare, tanto più se la notizia giunta...risultasse conforme alla verità. Si potrebbe, pertanto, telegrafare a mons. Nunzio apostolico di Berlino pregandolo, qualora la notizia giunta alla S. Sede corrisponda alla verità, di intervenire presso il Governo tedesco appellandosi ai principi umanitari e cristiani".

Molto diverso, invece, l'atteggiamento verso il comunismo. Diciamo subito che, per quanto riguarda la tragedia dei Gulag, è difficile dire quanto se ne sapesse in occidente durante la guerra (la vera “rivelazione” del sistema concentrazionario stalinista venne dal XX congresso del Partito comunista sovietico del 1954; ed è comunque un dato di fatto la grande campagna mediatica di esaltazione dell'alleato sovietico sviluppatasi negli USA durante gli anni del conflitto); in linea di massima, la paura dei cattolici per il comunismo era ancora la medesima degli anni '20, la paura cioè di un nemico di classe particolarmente attraente per le masse europee tormentate da anni di dittatura e di guerra. L'immagine internazionale del comunismo negli anni '40 non era ancora quella di uno stalinismo feroce e totalitario, ma semplicemente la riproposizione del vecchio cliché bolscevico e leninista contro cui si erano alzati i muri totalitari europei.
Contro questo nemico, che minacciava il potere economico della chiesa e della borghesia, che propugnava una giustizia di classe fondata sulla distribuzione dei mezzi di produzione, o per lo meno sul loro controllo in difesa della dignità del lavoro, il fuoco di sbarramento vaticano fu “ad alzo zero” e privo di scrupoli. Per l'intero popolo comunista e per tutti i suoi simpatizzanti, la chiesa romana riservò la scomunica e l'anatema più radicale, parlando senza mezzi termini di “uomini senza Dio”.

Ed entriamo così negli anni che videro la nascita della repubblica italiana.
Fin dall'armistizio del 1943, le forze politiche democratiche che parteciparono alla guerra di liberazione – cattolici democristiani, socialisti e comunisti, e liberal-democratici del Partito d'Azione – stabilirono un patto di alleanza fondato sull'antifascismo, e questo più o meno si verificò in tutta Europa. In altre parole: per quasi due anni, tutte le anime libere d'Europa lottarono unite in uno slancio di solidarietà contro l'unico nemico comune, la dittatura nazifascista. E l'unica forza morale libera che non partecipò a questo moto delle coscienze, rimanendosene alla finestra con sguardo preoccupato, fu la Curia vaticana, dominata dalla costante angoscia per la crescente influenza che veniva assumendo il Partito comunista italiano tra le forze partigiane in primo luogo, ma anche nell'opera di ricostruzione istituzionale che stava prendendo forma in Italia. Indifferente ai contenuti del dibattito costituzionale, scettico verso le infinite mediazioni che il segretario comunista Togliatti operò per condurre in porto un disegno politico democratico di tipo occidentale, orripilato dalla velocità con cui l'Armata rossa avanzava nella liberazione dell'Europa orientale, Pio XII mise in opera un attivismo politico quale ancora non si era mai visto nella storia dei rapporti tra Italia e Santa Sede, posizionando la chiesa dietro le barricate di uno schieramento politico di parte. I personaggi che frequentarono la Curia negli anni tra il '45 e il '55 avevano spesso un passato poco chiaro di coloritura fascista – come il Luigi Gedda dei Comitati civici o i prelati dell'Opus Dei spagnolo sostenitori di Franco, per non parlare di quell'Ante Pavelic che era stato il capo filonazista degli ustascia croati che avevano aperto le porte a Hitler nel 1941 e al quale Pio XII concesse speciali attenzioni; conoscevano od operavano direttamente coi servizi segreti alleati, e tramite questi mantenevano rapporti con gli ufficiali tedeschi disposti a una qualche forma di collaborazione in funzione anticomunista; manovravano capitali in grado di sovvenzionare le varie forme di attivismo cattolico e di propaganda anticomunista che si rivelarono indispensabili per la vittoria elettorale del 18 aprile 1948. E proprio la prima grande tornata elettorale dell'Italia libera dimostrò quanto spregiudicato e potente potesse essere l'impegno ideologico della chiesa nella salvaguardia di alcuni presunti “valori cristiani” che, in quegli anni, coincidevano con l'intoccabilità di uno status quo economico e di una borghesia ampiamente compromessa con il passato regime. Dagli appelli domenicali di Piazza San Pietro al moltiplicarsi di visioni miracolose di madonne piangenti, dalla trasformazione dei pulpiti in luoghi di comizio politico fino, appunto, all'atteggiamento inquisitorio culminato nella scomunica comminata nel '49 a chiunque avesse votato il Partito Comunista Italiano, la voce della chiesa fu tra le principali forze del confronto politico che decise in modo quasi definitivo il futuro politico dell'Italia.

Anche per questo aspetto della politica vaticana, facciamo ricorso alla cronologia della Fondazione Cipriani:

  1. 18 aprile '44: inizia la sua attività la Pontificia opera di assistenza (Poa) sotto la presidenza di monsignor Ferdinando Baldelli, con il gesuita padre Otto Fallen addetto al mantenimento dei rapporti con le autorità tedesche.
  2. 10 maggio '44: Pio XII riceve in udienza privata il generale delle Ss Karl Wolff. Durante l'incontro, propiziato da Virginia Agnelli, si parla fra l'altro della "difesa dei valori della città cristiana, contro l'attacco facilmente prevedibile del comunismo".
  3. 23 maggio '44: a Roma, in una lettera inviata al cardinale Maglione, non firmata ma conservata tra le carte di monsignor Ronca, si rileva il tentativo di stabilire un rapporto fra Chiesa e massoneria: "Le ultime circostanze…non mi hanno permesso di mettere al corrente l'E. V. di quanto fui incaricato di comunicare alla Segreteria di Stato di S. S. circa il nuovo atteggiamento che uno dei più alti esponenti della M.(assoneria) italiana avrebbe deciso di assumere nei riguardi della Chiesa e della Religione. Il latore della presente, messo da me al corrente di quanto sopra e da me incoraggiato a prendere contatti con altri dirigenti, è oggi in condizione di poter riferire all'E. V. sulle loro reali intenzioni quali ci vengono esposte".
  4. 23 giugno '44: il rappresentante americano presso il Vaticano , Myron Taylor, informa il presidente Franklin Delano Roosevelt sul contenuto di un colloquio avuto con Pio XII: "Il problema dell'atteggiamento della Russia verso la Chiesa cattolica, la mancanza di fiducia nella parola di Stalin e in particolare il pericolo del comunismo in Italia causano a Sua Santità grande preoccupazione…Sua Santità sostiene che la presenza degli alleati in particolare, e di forze americane in numero ragionevole in tutto il paese è essenziale per un lungo tempo, per salvare l'ordine e scoraggiare le attività radicali che potrebbero rovesciare il governo esistente…Grazie a questa presenza si genererà nella massa della popolazione un sentimento di sicurezza. Ciò potrebbe compiersi su base volontaria, a spese della nazione italiana".
  5. 30 settembre '44: il comandante Borghese si reca dal cardinale di Milano, Idelfonso Schuster, per raccomandargli maggiore prudenza nell'aiuto ai partigiani.
  6. 16 giugno '45: a Torino, secondo un rapporto del funzionario del Pwb, Lovering Hill, si sono riuniti un gruppo di industriali del nord Italia per decidere i mezzi con i quali "combattere il comunismo" compresa, oltre alla propaganda, la creazione di gruppi armati affidati, questi ultimi, al comando di Tito Zaniboni. Fra i presenti sono citati: Pierluigi Roccatagliata, Vittorio Valletta, Piero Pirelli, l'ingegner Falck, Rocco Piaggio, Angelo Costa. Il funzionario americano fornisce anche i nomi di 9 dei 10 industriali che si sono impegnati, a loro volta, a fornire finanziamenti: Rocco Piaggio, 15 milioni; Angelo Costa; Anselmo Foroni-Lo Faro; Gerolamo Gaslini; Armando Piaggio, Enrico Piaggio; Lorenzo Bruzzo; Fortunato Merello; Cevasco, per conto delle raffinerie di zucchero Eridania, si è impegnato per 500 milioni. Il denaro necessario per l'operazione verrebbe depositato in Vaticano .
  7. 20 luglio '45: l'Oss, sulla base delle confidenze avute da mons. Dadaglio della segreteria di Stato e da mons. Perrone, rileva le reazioni negative di Pio XII alla formazione del governo Parri, giudicato di "estrema sinistra, che certamente metterà in discussione il concordato tra Stato e Chiesa"; nonché l'ordine impartito alla Dc di "irrigidire la chiusura verso comunisti e socialisti".
  8. 26 ottobre '45: a Firenze, si svolge la 19° settimana sociale dei cattolici italiani. In una loro lettera, i vescovi della regione Flaminia (Bologna e la Romagna) scrivono che "la Chiesa e il sacerdote non fanno politica di partito chiaramente indicando, se vi è bisogno, quale partito nel suo programma non offende la religione, la fede cattolica, la morale".
  9. 12 maggio '46: Pio XII invita i cattolici a dare il loro voto solo "a quei candidati o a quelle liste di candidati che offrano non promesse vaghe ed ambigue, ma sicure garanzie che rispetteranno i diritti di Dio e della religione". E prosegue: "Con la vostra scheda elettorale voi avete in mano i superiori interessi della vostra patria: si tratta di tutelare e conservare al vostro popolo la sua civiltà cristiana, alle sue fanciulle e alle sue donne la loro dignità, alle sue famiglie le loro madri cristiane".
  10. 31 maggio '46: Pio XII, rivolgendosi ai cardinali del Sacro collegio accorsi a porgergli gli auguri per il suo onomastico, riferendosi alle imminenti elezioni in Italia e in Francia, afferma: "Si tratta di sapere se una e l'altra di queste due sorelle latine, di ultramillenaria civiltà continueranno ad appoggiarsi sulla salda roccia del Cristianesimo. O se invece vorranno rimettere le sorti del loro avvenire all'impossibile onnipotenza di uno stato materialista senza ideale ultraterreno, senza religione e senza Dio...La risposta è nelle mani degli elettori: essi ne portano l'angusta ma pur grave responsabilità".
  11. 12 novembre '46: Alcide De Gasperi annota in un appunto di aver ricevuto, nel corso di un colloquio con un'alta personalità vaticana, la comunicazione proveniente da ordini superiori che "qualunque collaborazione, non solo per il comune di Roma ma anche per il governo, con i partiti anticlericali non è più ammessa", e se la Dc avesse proseguito su quella via "sarebbe stata considerata come un partito filo nemico" e non avrebbe più né il nostro appoggio né la nostra simpatia".
  12. 22 dicembre '46: Pio XII, in un discorso prenatalizio a piazza San Pietro, afferma : "Dal suolo romano il primo Pietro, circondato dalle minacce di un pervertito potere imperiale, lanciò il fiero grido d'allarme: resistete forti nella fede. Su questo medesimo suolo noi ripetiamo oggi con raddoppiata energia quel grido a voi, cui la città natale è ora il teatro di sforzi incessanti volti a rinfiammare la lotta tra i due opposti campi: per Cristo o contro Cristo, o con la sua Chiesa o contro la sua Chiesa. Destatevi, o romani. L'ora è suonata, per non pochi fra voi, di svegliarvi da un troppo lungo sonno. Agire fortemente e fortemente patire: è la divisa del nome romano".
  13. 1 gennaio '47: Idelfonso Schuster, cardinale di Milano, nel corso di un'omelia dichiara: "L'avanzata della potenza ateo- comunista nel cuore stesso dell'Europa costituisce per le civiltà occidentali un tale pericolo che non ha riscontro che in quell'antico dell'avanzata dell'Islam".
  14. 25 novembre '47: in Vaticano , conversando con il diplomatico americano Parson, mons. Tardini si augura che "non ci sia ora né debolezza né compromesso nella resistenza al comunismo".
  15. 4 gennaio '48: i dirigenti del Maci, la formazione paramilitare cattolica, sono ricevuti in udienza da Pio XII.
  16. 8 febbraio '48: a Roma, è costituito il Comitato civico nazionale. A questo proposito, il prof. Luigi Gedda, interrogato dal giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni, il 6 novembre 1991, dichiarerà: "…Nel febbraio del 1948 fui chiamato da Pio XII che io già frequentavo da anni perché già segretario di Stato di Pio XI, il quale mi rappresentò che il momento era molto grave a causa della coalizione del Fronte popolare perché le due percentuali dei socialisti e dei comunisti superavano quella della Dc rispetto alle elezioni del '46. Occorreva che l'Azione cattolica facesse tutto il possibile a favore della Dc. Io obiettai che non ero il dirigente di tutta l'Azione cattolica, la quale comprendeva altri 4 rami che non dipendevano da me: Fuci, i Giovani cattolici, la gioventù femminile cattolica e le donne cattoliche. Inoltre feci presente che Mussolini aveva voluto nel Concordato un articolo secondo cui 1'Azione cattolica fosse operativa solo a livello spirituale e per tanto tale articolo impediva l'azione politica. Occorreva un quid novi e Pio XII mi rispose: ‘faccia lei, ho fiducia in lei'. Ideai i comitati civici come strutture di propaganda per le prime elezioni politiche della repubblica. Io informai monsignor - poi cardinale- Pizzardo dell'incarico affidatomi affinché fosse comunicato a tutti i vescovi per la conseguente organizzazione. Fu il Vaticano a sostenere le spese per la nuova organizzazione e per la conseguente propaganda. Stabilii la sede del Comitato civico in un palazzo pontificio, già Spina del Borgo, sede extraterritoriale. In via dell'Erba fu dunque fissata la residenza del Comitato civico. Incaricai per ogni diocesi i miei amici cattolici organizzati, delegando sostanzialmente i vescovi per la nomina dei singoli presidenti dei comitati civici diocesani. Per Padova indicai credo Riondato, nonché Bacchion di Venezia. Per Roma ricordo di aver proposto presidente diocesano Salvatore Salvatori. Per i finanziamenti in Vaticano avevo rapporti con lo Ior: andavo a rilevare i fondi personalmente...".
  17. 19 febbraio '48: L'Ambasciata americana a Roma comunica al Dipartimento di stato che due giorni dopo, il 21 febbraio, giungerà a New York il dottor Pietro Ruffini, industriale tessile milanese, incaricato di raccogliere i fondi per finanziare la campagna elettorale della Dc mediante la costituzione di un comitato di industriali e banchieri americani con interessi in Europa, che dovrà lavorare nel più assoluto segreto. I fondi raccolti saranno depositati "su un conto speciale dell'Istituto opere religiose presso la National City Bank per essere trasferiti attraverso la banca del Vaticano ".
  18. 22 febbraio '48: a Milano, il cardinale Idelfonso Schuster diffonde un lettera circolare ai sacerdoti della diocesi, nella quale stabilisce che non si può dare la assoluzione agli "aderenti al comunismo o ad altri movimenti contrari alla professione cattolica: 1) quando aderiscano formalmente agli errori contenuti nelle loro dottrine; 2) o quando prestino cooperazione, anche solo materiale, specie mediante il voto e, ammoniti, rifiutino di desistere".
  19. 11 marzo '48: Pio XII, rivolgendosi ai quaresimalisti afferma: "Senza dubbio la Chiesa intende restare al di fuori e al di sopra dei partiti politici, ma come potrebbe rimanere indifferente alla composizione di un Parlamento al quale la Costituzione da il potere di legiferare in materie che riguardano così direttamente i più alti interessi religiosi e le condizioni di vita della Chiesa stessa in Italia?…"
  20. 11 aprile '48: il giornalista americano Cyrus L. Sulzberger, in una sua corrispondenza dall'Italia, scrive che "la scelta, chiaramente, è se votare per Washington o per Mosca. Ed è chiaro che sia i sovietici che gli americani, questi ultimi insieme al Vaticano , stanno spendendo milioni di lire".
  21. 16 giugno '48: in un memorandum che riassume l'attività svolta, l'ambasciatore americano James Dunn rivela che nelle ultime 6 settimane del periodo preelettorale ha funzionato nell'Ambasciata a Roma un "comitato di azione politica" per valutare "i suggerimenti provenienti da fonti amiche esterne all'Ambasciata e ai fini di incoraggiare, appoggiare e intensificare gli sforzi dei partiti democratici". Il memorandum prosegue rilevando che "il governo italiano, con la cooperazione dell'Ambasciata, ha usato 500 milioni di lire per l'acquisto di 6 milioni di manifesti sull'assistenza americana, così pure per l'acquisto di vari film documentari sul tema. Ha speso 8 milioni di lire per ulteriori bollettini e materiali. Ha usato un francobollo postale con scritto sopra ‘Assistance from America'. Ha stampato con l'approvazione del Vaticano 10 milioni di cartoline di preghiera a madre Cabrini (la santa americana) affinché l'aiuto americano possa continuare, e ne ha curato la diffusione".
  22. 7 agosto '48: su "Civiltà cattolica", nell'articolo "Le lezioni dell'odio e della violenza", padre Lombardi scrive a commento dell'attentato a Togliatti: "O la vita è sacra e intangibile per tutti, o se non è sacra quella degli avversari del comunismo, non si può proclamare sacra quella del militante comunista".
  23. 11 ottobre '48: Edward Page invia al Dipartimento di stato un dispaccio nel quale, fra l'altro, cita monsignor Montini come tramite per far pervenire i finanziamenti procurati da Angleton per le organizzazioni ecclesiastiche che si erano impegnate per la campagna elettorale dell'aprile. Le organizzazioni citate nei documenti americani sono: i Comitati civici, diretti da Luigi Gedda, l'organizzazione di monsignor Ronca Roberto, direttore di "Civiltà italica" e la Felix Roma, organismo che gestisce le attività dell'anno santo.

Certamente quello di papa Pacelli fu il pontificato più ideologico del dopoguerra. Da esso la Democrazia Cristiana trasse un duplice insegnamento: da una lato, la sicurezza di agire con una copertura istituzionale che andava ben al di là della sua semplice forza politica e della sua penetrazione nella società – avvenne anzi il contrario: ché la chiesa spinse il mondo cattolico, in mancanza di altri strumenti di controllo, ad identificarsi col partito che meglio la rappresentava -. Dall'altro però, progressivamente, il partito imparò a “camminare con le proprie gambe” e, quando avvenne la svolta conciliare legata al pontificato di Giovanni XXIII, si può dire che fu, paradossalmente, la chiesa ad emanciparsi dalle strettoie di un riduttivo provincialismo politico, inaugurando una visione più ecumenica e mondiale della storia ecclesiale.
Nel lungo governo di Paolo VI – ex segretario di Stato di Pacelli, custode di innumerevoli segreti imbarazzanti – l'Italia attraversò i suoi anni più incerti e tormentati dalla fine della guerra: la stagione dell'emancipazione sociale sessantottina e femminista culminata con il referendum sul divorzio ma anche con il terrorismo di Stato e gli “anni di piombo”.
Il potere di condizionamento ideologico del Vaticano è andato progressivamente scemando col crescere della cultura laicista nella borghesia e soprattutto nelle generazioni più giovani. L'impegno delle gerarchie ecclesiastiche a favore del referendum abrogativo della legge sul divorzio – o, successivamente, della legge sull'aborto e sulla fecondazione assistita - non si può certo paragonare alle vicende politiche legate alla nascita della repubblica. E tuttavia, un evento epocale come il disfacimento dell'impero sovietico (e la cosiddetta “caduta del muro di Berlino”) non sarebbe stato così repentino (e indolore) senza il particolare carattere del pontificato di Giovanni Paolo II. Il movimento cattolico-sociale polacco di Solidarnosch, platealmente sostenuto dalla speciale attenzione del Vaticano, fu il detonatore di una serie di “esplosioni controllate” nell'Europa dell'est che anticiparono il “big-bang” dell'89. La vocazione planetaria del papato post-conciliare ha prodotto, paradossalmente, il frutto politico più clamoroso del XX secolo.
Ed è proprio la caduta del comunismo ad aver trasformato definitivamente gli obbiettivi dell'attivismo politico cattolico in Italia. Da circa 20 anni, la chiesa lotta su un versante civile che difficilmente si può definire “ideologico”, identificandosi con temi e valori – la famiglia, la sacralità della vita – che trovano una maggior giustificazione nell'ambito religioso. Ma la qualità dell'impegno profuso conserva tutto il carattere manicheo che ha sempre caratterizzato le iniziative della chiesa nell'ambito “temporale”: il principio che identifica il cattolicesimo con la Verità è lo stesso che giustificò le crociate, e il fatto che oggi si ricorra alla preghiera e non alle armi nulla toglie al carattere “totalitario” che questa forza politica assume nel confronto con le altre realtà del mondo. In questo senso, lo “spirito missionario” invocato da papa Woitila ribadisce la ragion d'essere storicamente più profonda della chiesa romana: conservare la presa sul proprio “popolo”, mantenere il controllo di una “massa di manovra” che garantisca, nelle forme adeguate alle nuove realtà del mondo ma ciò non di meno altrettanto efficaci di un tempo, la sua presenza materiale nel tessuto economico occidentale. Ed infatti, accanto all'evangelizzazione dell'occidente capitalista, il Vaticano non si stanca mai di difendere i propri privilegi concordatari con lo Stato italiano e di reiterare la pressante richiesta di un sostegno economico alle sue scuole private. Tutte queste ragioni hanno reso forse più difficile cogliere l'aspetto anticostituzionale di dichiarazioni e impegni civili che, nell'ultimo confronto referendario, esulavano comunque da un corretto magistero ecclesiale.
Ma qui termina anche il nostro compito di semplice rilettura storica. Ciò che ci premeva ricordare lo abbiamo scritto: la chiesa romana non rappresentò mai, nel passato, un potere disarmato, anche se le sue armi non furono più, da un certo momento in poi, gli eserciti; e questo potere permeò profondamente e per secoli la storia e il destino civile della penisola italiana.

Sitografia:

Una raccolta di articoli sulle più recenti attività finanziarie del Vaticano