| Progetto Novecento
Da: N. Chomsy: Deterring Democracy
Guerra fredda: realtà e fantasia .
Si ritiene comunemente che il maggior evento di questi tempi sia la fine della Guerra fredda, e per questa ragione la domanda più importante diventa: cosa avverrà adesso? Per rispondere a questa questione, dobbiamo cominciare a chiarire che cosa è stata la Guerra fredda. Esistono due approcci possibili a questa questione prioritaria. Il primo consiste nell'accettare semplicemente l'interpretazione convenzionale; il secondo nel guardare ai fatti storici. Come spesso succede, le due strade forniscono risposte alquanto differenti.
1. La Guerra fredda come costrutto ideologico .
Secondo l'interpretazione convenzionale, la Guerra fredda è stata un confronto tra due superpotenze. Ma esistono due diverse varianti. La versione ortodossa, di gran lunga dominante, sostiene che il fattore trainante della Guerra fredda sia stata la virulenta aggressività sovietica, che gli USA cercarono di contenere. (…) Una variante critica sostiene che la percezione della minaccia sovietica era esagerata; il pericolo non era così forte come si pensava. Le politiche statunitensi, anche se di nobile intento, erano basate su incomprensione ed errori analitici. Una critica anche più tagliente sostiene che il confronto risultò da un'interazione nella quale anche gli USA giocarono un ruolo (per alcuni analisti, il ruolo maggiore) – e che il contrasto non è semplicemente fra ossessione e difesa della libertà, ma è più complesso – come per esempio in America centrale e nei Caraibi.
Tutte le varianti concordano nel sostenere che le principali dottrine politiche che hanno guidato gli USA sono state il contenimento e la deterrenza, o, più ambiziosamente, il “ roll back ”. E che la Guerra fredda è finita con la capitolazione di uno dei due antagonisti – naturalmente l'aggressore, in accordo con la versione ortodossa.
La versione ortodossa è abbozzata in termini semplici e vividi in quello che è senza alcun dubbio ritenuto il documento base americano sulla Guerra fredda, NSC 68 dell'aprile 1950, di poco precedente la guerra di Corea , nel quale si annuncia che “ la guerra fredda è nei fatti una guerra reale in cui è in gioco la sopravvivenza di un mondo libero ”. (…)
La struttura di base di questo argomento ha l'infantile semplicità di una favola. Nel mondo ci sono due forze, due “poli opposti”. Uno è assolutamente malvagio, l'altro pressoché celestiale. Non ci possono essere compromessi tra di loro. La forza diabolica deve, per la sua propria natura, cercare di dominare il mondo. Per questa ragione dev'essere sconfitta, Ecc.
Il “ disegno fondamentale del Cremlino ”, come spiega l'autore di NSC 68 Paul Nitze, è “ la completa sovversione e violenta distruzione dell'apparato governativo e della struttura sociale ” in tutti gli angoli del mondo che non sono “ asserviti a e controllati dal Cremlino ”. “ L'implacabile obiettivo di questo regno di schiavitù è eliminare la sfida della libertà ” ovunque. “ L'impulso ” del Cremlino è di esercitare un potere totale su tutti i suoi cittadini e “ un'assoluta autorità sul resto del mondo ”. La forza del male è “ inesorabilmente militante ”, tale da rendere impensabile qualunque accomodamento o intesa di pace.
Al contrario, “ l'obiettivo fondamentale degli Stati Uniti ” è quello di “ assicurare l'integrità e la vitalità della sua libera società, fondata sulla dignità e il valore individuali ”, e salvaguardare questi valori nel mondo intero. La sua libera società è caratterizzata da una “ meravigliosa diversità ”, “ profonda tolleranza ”, “ legalità ”; dall'impegno “ a creare e mantenere un ambiente nel quale ogni individuo abbia l'opportunità di realizzare le proprie potenzialità ”. “ La diversità non deve far paura, ma essere desiderata ” poiché essa “ deriva il suo vigore da questa capacità di ospitare idee diverse ”. Il “ sistema di valori che anima la nostra società ” include “ i principi di libertà, tolleranza, l'importanza dell'individuo e la supremazia della ragione sulla volontà ”. “ L'essenziale tolleranza della nostra visione del mondo, i nostri generosi e costruttivi impulsi e l'assenza di avidità nelle nostre relazioni internazionali sono risorse di un'enorme potenziale influenza ”, particolarmente fra coloro che hanno avuto la fortuna di sperimentare queste qualità di prima mano, come l'America Latina, che ha tratto giovamento dal “ nostro sforzo continuo di creare e sviluppare il sistema Inter-americano ”. Il conflitto tra le forze della luce e dell'oscurità è “ decisivo, poiché implica la salvaguardia non solo di questa Repubblica ma della stessa civiltà ”. “ L'assalto alle libere istituzioni riguarda il mondo intero ”, e “ pone su di noi, nel nostro stesso interesse, la responsabilità di guidare il mondo ”. Noi dobbiamo cercare “ di promuovere un mondo tale che permetta al suo interno la sopravvivenza e lo sviluppo del sistema americano ”. Giacché “ la sconfitta di una libera istituzione è una sconfitta per tutti , ” nessun angolo del mondo, per quanto piccolo e insignificante, può sfuggire alla nostra assistenza. E certamente “ l'idea che la Germania o il Giappone o altre aree importanti possano sopravvivere come isole di neutralità in un mondo bipolare è irrealistica, alla luce della volontà del Cremlino di dominare il mondo ”. Cinque anni dopo che l'URSS fu virtualmente annientata dalle potenze dell'Asse, queste devono essere ricostituite all'interno di un'alleanza dominata dagli USA per l'eliminazione finale di quel sistema sovietico che esse non riuscirono a distruggere. Dato che “ l'integrità e la sopravvivenza del nostro sistema è nella situazione di maggior pericolo di tutta la sua storia , ” (…), è chiaro che vanno prese serie misure; in effetti, le spese militari sono pressoché quadruplicate poco dopo, col pretesto che l'invasione della Corea del sud era il primo passo del Cremlino verso la conquista del mondo – malgrado l'assenza di ogni comprovata evidenza, allora e oggi (…)
Il memorandum auspica un colossale aumento degli armamenti, pur riconoscendo che il regno della schiavitù è di gran lunga più debole del campione della libertà (…). Dati rilevanti sono presentati in modo tale da oscurare i confronti diretti e sono scelti in modo da esagerare la forza del nemico: uno schema standard per tutto il periodo della guerra fredda [Così, il Canada è escluso e i dati sull'URSS sono centrati sul 1950, che è “ ritenuto superare in parecchi casi la produzione attualmente raggiunta ”, mentre “ le cifre per l'Europa risalgono al 1948 ”, che oggi è stato superato. I dati sugli USA sono stati scelti per riflettere l'improvviso declino della produzione industriale dal '48. Le cifre sovietiche rappresentano i limiti del possibile; l'Occidente, si concede, ha vaste capacità non sfruttate]. Tuttavia, anche i dati presentati mostrano che la spesa militare USA è doppia di quella sovietica e la sua potenza economica quattro volte maggiore , mentre anche in questa prima fase di ricostruzione , gli alleati europei possono già competere con l'URSS e tutti i suoi satelliti.
Malgrado la disparità tra i due poli a livello economico e militare, il regno della schiavitù gode di enormi vantaggi. Essendo così arretrato, esso “ può fare di più con meno ”; la sua debolezza è la sua forza, l'arma finale. Esso è nano e superman, molto più indietro di noi ma con “ una formidabile capacità di agire con la più grande autonomia tattica, in modo occulto e rapido ”, con “ straordinaria flessibilità ” con una macchina militare estremamente efficace e un “ grande potere coercitivo ”. Un altro problema è che l'oscuro nemico trova “ ascolto … nel mondo libero ”, particolarmente in Asia. Per difendere l'Europa e proteggere la libertà che ha sempre regnato in Africa, Asia e America Latina dai “ piani del Cremlino ”, noi dobbiamo aumentare maggiormente le spese militari e adottare una strategia mirante al disfacimento e al crollo dell'URSS.
La nostra forza militare è “ pericolosamente inadeguata ”, poiché la nostra responsabilità è il controllo del mondo; per contrasto, le di gran lunga più deboli forze militari sovietiche eccedono grandemente il loro limitato scopo difensivo. Nulla di ciò che è avvenuto nell'ultimo anno fa pensare che l'URSS debba affrontare problemi di sicurezza, al contrario di noi, con la nostra vulnerabilità nei confronti di qualsiasi nemico. Noi abbiamo bisogno di una grande forza militare “ non solo per proteggerci dalle calamità ma anche per supportare la nostra politica estera ”, sebbene, per ragioni di pubbliche relazioni, “ l'enfasi debba essere messa sul carattere essenzialmente difensivo ” del nostro incremento militare.
Dalla parte delle pubbliche relazioni, la nostra posizione dev'essere aggressiva “ verso il conflitto che ci è stato imposto ”. “ Dati per scontati i piani del Cremlino per il dominio del mondo ”, caratteristica fondamentale del regno della schiavitù, non possiamo accettare l'esistenza del nemico ma dobbiamo “ gettare il seme della distruzione all'interno del sistema sovietico ” e “ accelerare la sua disintegrazione ”. Dobbiamo evitare i negoziati, se non come ripiego per placare la pubblica opinione, poiché ogni accordo “ rifletterebbe le situazioni presenti e sarebbe quindi inaccettabile, se non disastroso, per gli USA e il resto del mondo libero ”, anche se dopo il successo di una strategia di “ roll back ” noi fossimo disposti “ a negoziare un accordo con l'URSS ”.
Per realizzare questi obiettivi fondamentali, dobbiamo superare gli ostacoli nella nostra società, “ come gli eccessi di una permanente libertà di pensiero ”, “ gli eccessi della tolleranza ”, “ e le forme di dissidenza ”. Noi dobbiamo imparare “ a distinguere tra la necessità della tolleranza e la necessità di una sua giusta limitazione ”, una caratteristica essenziale del “ metodo democratico ”. È particolarmente importante isolare il nostro “ sindacato operaio, le aziende pubbliche, scuole, chiese, e tutti i mezzi di formazione della pubblica opinione ” dall'” oscuro lavoro ” del Cremlino, che mira a sovvertirli e “ a trasformarli in fonti di confusione nella nostra economia, nella nostra cultura e nel nostro corpo politico ”. È anche necessario alzare le tasse, contemporaneamente alla “ riduzione delle spese federali per scopi diversi dalla difesa e l'assistenza estera, se necessario con il rinvio di certi programmi desiderabili ”. Questa politica militare keynesiana, è sottinteso, è appropriata per stimolare al meglio l'economia interna. Anzi, essa può servire a prevenire “ un declino di serie proporzioni nell'attività economica ”. “ Al popolo americano saranno richiesti in larga misura sacrifici e disciplina ”, e dovrà anche “ rinunciare a qualche beneficio ” di cui gode dal momento che noi ci ammantiamo della leadership mondiale e vinciamo la recessione economica, già in cammino, grazie a “ un esplicito programma governativo ” di sovvenzione dell'industria più avanzata attraverso il sistema militare.
Si noti che i nobili propositi del mondo libero e gli oscuri disegni del regno della schiavitù hanno delle proprietà innate, che derivano dalla loro vera natura. Perciò i documenti storici di oggi non sono attendibili nella valutazione di quelle dottrine. Di conseguenza, non è corretto criticare il memorandum per il fatto che non è presentata nessuna prova a supporto delle sue conclusioni, e contestare certe frasi come “ciò è evidente a partire dalle precedenti sezioni”, o “è stato dimostrato altrove”. È una questione di logica e non di evidenza empirica; semplici deduzioni bastano a fondare la pretesa verità.
2. La Guerra fredda come processo storico.
Il secondo approccio all'era della G.F. è basato sull'idea che la logica da sola non basta: contano anche i fatti. Se è così, allora per capire un simile evento è necessario esaminare i fatti che lo costituiscono. Per questa strada, che non sembra del tutto irragionevole, possiamo giungere a una rappresentazione più complessa e interessante, che conserva solo una somiglianza parziale con l'interpretazione convenzionale (…).
È inutile dire che se definiamo la G.F. come qualcosa che ha comportato esclusivamente il confronto tra due superpotenze, e il loro codazzo di alleati e clienti, ne consegue banalmente che ciò è esattamente quello che avvenne, e che con la ritirata dell'URRS dal conflitto, esso finì con la vittoria americana. La questione è come interpretare l'era della G.F. (…). Invece noi vogliamo esaminarne contorni, carattere, forze propulsive e motivi, e le conseguenze più rilevanti del sistema bipolare che emerse dalla II Guerra mondiale. Questi sono fatti storici significativi, degni di studio. Soltanto il modo in cui il conflitto Est-Ovest si colloca in questa matrice è degno di essere studiato senza pregiudizi, se il nostro vero scopo è la comprensione.
La comprensione della G.F. richiede non solo la descrizione degli eventi più recenti, ma anche dei fattori che stanno dietro di essi (…).
Con un approccio al problema che tenga conto di queste considerazioni, scopriamo che l'interpretazione convenzionale – quella del conflitto tra superpotenze – ha un fondo di realtà che però è solo una parte dell'intera verità (…).
Dalla parte di Mosca, la G.F. è caratterizzata dai carri armati a Berlino est, Budapest e Praga, e da altre misure coercitive nelle regioni che l'Armata Rossa liberò dal nazismo e che finirono sotto il dominio del Cremlino; e dall'invasione dell'Afghanistan, l'unico caso di intervento militare sovietico al di fuori della storica invasione dell'Ovest. Negli affari interni sovietici, la G.F. servì a consolidare il potere dell'élite burocratico-militare il cui ruolo derivava dalla rivoluzione del '17.
Per gli USA, la G.F. è stata una storia di sovversione mondiale, aggressioni e terrorismo di Stato, con esempi troppo numerosi da riportare. La contropartita interna è stato il consolidamento del “complesso militar-industriale” di Eisenhower; in sostanza, un welfare state per ricchi fondato sull'ideologia della sicurezza nazionale per il controllo della popolazione (…), coerentemente con le prescrizioni del NSC 68. Il meccanismo istituzionale di base è un sistema manageriale di Stato per il sostegno dell'industria tecnologica, che fa assegnamento sui contribuenti per il reperimento e lo sviluppo delle risorse e fornisce un mercato garantito a una vasta produzione, incorporando il settore privato quando assicura sufficienti profitti. Il ruolo manageriale è appannaggio del Pentagono (inclusi la NASA e il Dipartimento per l'Energia, che controlla la produzione delle armi nucleari); i profitti si estendono all'industria informatica, e genericamente a quella elettronica, e ad altri settori dell'economia industriale avanzata. In ogni caso, la G.F. ha provveduto a fornire un sostegno al sistema del pubblico sussidio, a un profitto privato che è pura arroganza definire Libera Impresa.
L'appello all'azione vigorosa del NSC 68 risuonava ancora quando entrarono in carica le amministrazioni Kennedy e Reagan, con i soliti due fattori propulsivi: la bellicosità internazionale per affermare il potere degli USA, e la spesa militare per ravvivare un'economia infiacchita. La retorica fu debitamente rinnovata: “la cospirazione monolitica e spietata” in marcia per distruggerci (Kennedy); l'”Impero del Male”, “focolaio di ogni male del nostro tempo”, che cerca di dominare il mondo (Reagan). Il livello dei decibel prevedibilmente declinò col cambiamento del corso economico, come nella metà degli anni '80, quando divenne necessario affrontare i costi di un'incompetente politica fiscale e degli eccessi del keynesismo militare dell'amministrazione reazionaria di Reagan, inclusi i bilanci giganteschi e il deficit commerciale.
L'attenzione ai fatti storici rivela alcune tracce di verità nascoste nella bislacca retorica del NSC 68. La “grande depressione” mise fine a ogni ostinata convinzione che il capitalismo fosse un sistema praticabile. Venne generalmente dato per scontato che l'intervento statale era necessario per la conservazione del potere privato (…). Fu inoltre evidente che le misure del New Deal erano fallite, e che la depressione era stata stroncata solo grazie alle ben più massicce misure di intervento prese durante la guerra. Questa lezione fu appresa soprattutto dai dirigenti delle corporation che a Washington facevano ressa per gestire un'economia di guerra da Stato totalitario. L'attesa generale era che, senza l'intervento statale, vi sarebbe stato un ritorno alla depressione non appena fosse stata esaurita la domanda di consumo [delle armi]. E questo trovò conferma nella recessione del '48. la produzione agricola sovvenzionata dallo Stato trovò mercato in Giappone e altrove, ma era chiaro che l'industria sarebbe declinata in assenza di mercato. Una tale preoccupazione venne espressa nel NSC 68 come “un declino di serie proporzioni dell'attività economica” a meno che non venissero adottate misure di stampo keynesiano nella spesa militare. La speranza era anche che questi programmi avrebbero contribuito alla rivitalizzazione dell'economia industriale degli alleati, favorendo il superamento del “gap” monetario che limitava l'esportazione dei beni prodotti in USA.
L'appello del NSC 68 al “sacrificio” e alla “disciplina” e il taglio ai programmi sociali fu una naturale conseguenza di tali previsioni. La necessità di una “adeguata soppressione” e di controlli sopra sindacati, chiese, scuole, e altre potenziali sorgenti di dissidenza ricadeva in questo più vasto contesto. Fin dagli anni '30, il mondo degli affari era stato profondamente danneggiato dalla politicizzazione crescente dell'opinione pubblica, cosa che fu più tardi definita come “crisi della democrazia” in condizioni parzialmente analoghe subito dopo la guerra in Vietnam. E lo stesso avvenne subito dopo la I Guerra mondiale.
In ciascuna di queste situazioni, la risposta fu la stessa: il “terrore rosso” di Wilson, nel II dopoguerra la repressione falsamente etichettata come maccartismo (in realtà, una campagna per eliminare i sindacati, la cultura operaia, il libero pensiero, lanciata dagli uomini d'affari del Partito democratico…); i programmi di polizia politica inaugurati dall'amministrazione Kennedy e rafforzati da suoi successori per eliminare i partiti politici indipendenti e i movimenti popolari con la sovversione e la violenza.
NSC 68 è tuttavia realistico, e non solo convenzionale, nell'invocare la “responsabilità americana nella leadership mondiale”, e la corrispondente necessità di dominare ogni angolo del mondo, quantunque remoto, e di esorcizzare la piaga del neutralismo. Sotto questo riguardo, esso ricalca le decisioni precedenti che riflettono la consapevolezza di come gli USA avessero raggiunto una posizione di dominio economico e militare senza precedenti storici, e come questo dovesse andare a loro vantaggio.
Settori avanzati della comunità degli affari avevano ben colto i riflessi di politica interna che il sistema della G.F. aveva messo in moto, e lo stesso avvenne tra i più noti intellettuali alla moda. Nel suo saggio sul “contenimento”, J.L. Gaddis osserva che “in gran parte, il contenimento è stato il prodotto non tanto di ciò che hanno fatto i Russi, o di ciò che è avvenuto in varie parti del mondo, ma di forze interne operanti negli USA”. “Ciò che sorprende è il primato che è stato accordato alle considerazioni economiche [vale a dire, allo statalismo industriale] nel dare forma alle strategie del contenimento, con l'esclusione di altre considerazioni (sottolineatura dell'autore). Egli concorda anche con l'autorevole opinione di G. Kennan (…) che “non è il potere militare russo che ci manaccia, ma quello politico” (ottobre '47). (…).
I maggiori eventi ed effetti della G.F. cadono all'interno degli schemi appena esaminati. Ma vi furono altri effetti più complessi. L'aiuto sovietico agli obiettivi degli attacchi americani valsero all'URSS un aumento di influenza in gran parte del terzo mondo, anche se non in misura elevata. Per quanto riguarda gli USA, il loro interventismo nel terzo mondo, particolarmente nei primi anni, fu in gran parte dovuto allo scopo di assicurarsi una “cintura di sicurezza” per il capitalismo di Stato che essi speravano di ricostruire nell'Europa dell'ovest e in Giappone. Nello stesso tempo, la G.F. premise di mantenere l'influenza USA sui suoi alleati industrializzati, e di contrastare l'indipendentismo, il sindacalismo e altre iniziative popolari all'interno di questi Stati, dividendone gli interessi con le élite locali. Sulla creazione della NATO, uno storico osserva “fu un recinto per gli alleati e una barriera contro il neutralismo, utile anche a contrastare la Russia”.
Il persistere della dottrina convenzionale, malgrado la sua scarsa attinenza con i fatti, si può chiaramente comprendere. All'Ovest, è comunemente ammesso ben prima dei fatti sopra menzionati che la minaccia dell'aggressione sovietica era esagerata, i problemi sovradimensionati, e che l'idealismo tanto sbandierato una mistificazione. Ma predominava l'ideologia.
Altrettanto chiaro diventa il fatto altrimenti inspiegabile che la politica di sicurezza nazionale fu supportata molto debolmente da misure adeguate. Le minacce sovietiche furono regolarmente presentate sulla base di prove inconsistenti, e nel migliore dei casi con poca credibilità. Dall'altro lato, minacce più consistenti furono ignorate. Ripetutamente, gli USA hanno sostenuto lo sviluppo di sistemi di armamento che potevano seriamente minacciare il loro benessere e la loro stessa sopravvivenza, rifiutando ogni occasione per porre fine a una tale politica. Il governo e la stampa USA chiedevano a gran voce “verifiche” sulla base di condizioni che essi sapevano benissimo essere inaccettabili per l'URSS. D'altro canto, Washington (e i suoi alleati) sono stati sempre riluttanti a concedere ispezioni sovietiche alle industrie chimiche e militari, e rigettarono le proposte di ispezioni in loco ai sottomarini per monitorare un bando o una limitazione dei missili cruise (SLCMSs, più minacciosi per gli USA, data la loro vicinanza alla costa, che per l'URSS), e si opposero all'ispezione delle testate nucleari per SLCMs marittimi e litoranei. Ancora più importante, il governo ha sabotato le possibilità di intese politiche, ed ha incoraggiato conflitti in regioni in cui ogni conflitto avrebbe potuto condurre a una devastante guerra nucleare, e in certi casi si è arrivati molti vicini, soprattutto nel Medioriente. Questi schemi ricorrenti tolgono ogni senso all'assunto che le politiche di sicurezza nazionale siano guidate da vere preoccupazioni di sicurezza. (…)
Per ragioni uguali, possiamo capire perché i governi hanno spesso fallito l'obiettivo apparente di ridurre il minaccioso confronto tra superpotenze, e consolidare così la sicurezza nazionale. Un primo esempio l'abbiamo nel 1952, quando il Cremlino avanzò una proposta per la riunificazione e la neutralità della Germania, senza condizioni di carattere economico, e con garanzie per “diritti umani e libertà fondamentali, incluse libertà di pensiero, di stampa, religiose, politiche e di riunione e libera iniziativa per partiti e organizzazioni democratiche”. In risposta, gli USA e i loro alleati obiettarono che l'Occidente non riconosceva la frontiera Oder-Neisse tra Germania e Polonia, e insistettero che la Germania riunificata avrebbe dovuto essere libera di aderire alla NATO, una richiesta che i Russi difficilmente potevano accettare dopo pochi anni che la Germania da sola aveva quasi distrutto l'URSS. La risposta occidentale alludeva anche, con più ragioni, a una mancanza di chiarezza circa libere elezioni. Ma invece di cercare ulteriori chiarificazioni, la proposta fu rifiutata con pretese davvero irragionevoli. J. Warburg, uno dei pochi a ritenere che l'opportunità doveva essere colta, nota che né il testo del 10 marzo con la proposta del Cremlino “e neppure il fatto del suo arrivo fu svelato da Washington prima della risposta occidentale del 25 marzo”. Egli suggerisce che il ritardo potrebbe essere ricondotto al desiderio dell'Amministrazione “di presentare la sua proposta per il Mutual Security Act del '52 alla Commissione per la politica estera del Senato, proposta che la Commissione avrebbe respinto se fosse stata a conoscenza dell'iniziativa sovietica”; questo Atto esigeva circa 7 miliardi e mezzo di dollari per il riarmo occidentale, ed era “basato sull'assunto che non sarebbe stato possibile realizzare un accordo per la riunificazione della Germania”.
Se la proposta del Cremlino fosse stata accolta, questo avrebbe eliminato ogni minaccia militare dell'URSS verso l'Europa occidentale. È possibile che non vi sarebbero stati i carri armati sovietici a Berlino est nel '53, il Muro di Berlino, l'invasione dell'Ungheria e della Cecoslovacchia – ma soprattutto, nessun giustificazione all'interventismo e alla sovversione mondiale degli USA (…). Le ragioni fondamentali per rifiutare le proposte sembrano essere state l'interesse degli USA di reintegrare una Germania ovest riarmata nella NATO, qualunque fosse il rischio per la sicurezza o le conseguenze per i paesi satelliti dell'URSS. Testimoniando davanti alla Commissione senatoriale per la politica estera, il 28 marzo, Warburg osservò che la proposta sovietica, che offriva una possibile via di soluzione negoziata e pacifica al problema della sicurezza europea, poteva essere un bluff. Ma, obiettò, sembrava che “il nostro governo avesse paura di “vedere le carte” nel timore che non si trattasse affatto di un bluff” (…).
Per anni, l'argomento rimase fuori dall'agenda politica; perfino a menzionare questi fatti si correva il rischio di essere accusati di apologia dello stalinismo. Dopo l'89-90, tuttavia, la proposta di Stalin poté essere citata quasi liberamente sulla stampa. Nel trionfalismo del momento, si sperava che l'URSS sarebbe stata costretta ad accettare l'incorporazione della Germania unificata nell'alleanza militare dominata dagli USA. Per tale ragione la proposta di Gorbaciov per la neutralità della Germania riunificata fu dimessa come “vecchia idea”.
Altre proposte sovietiche non furono prese in considerazione. R. Garthoff, in passato analista della CIA e importante specialista per la sicurezza e la politica estera, osserva che gli annunci di Gorbachev per la riduzione unilaterale degli armamenti “ebbero un interessante precedente circa trent'anni prima”, quando “nel gennaio 1960, Krushev rivelò per la prima volta dalla II Guerra mondiale la disponibilità in termini di uomini delle forze armate sovietiche, e drammaticamente annunciò un piano per la loro riduzione di un quinto entro i due anni successivi”. Pochi mesi dopo, l'intelligence USA verificò una colossale riduzione delle forze militari sovietiche attive. La forza aerea tattica fu ridotta della metà, “soprattutto attraverso la riduzione di due terzi dei bombardieri leggeri”; e caccia intercettori navali, circa 1500 aerei, furono tolti alla marina, per la metà togliendoli dalla produzione e il resto impiegandolo per sostituire gli aviogetti smantellati. Entro il 1961, circa la metà della riduzione annunciata era stata portata a termine. Nel 1963, Krushev fece di nuovo appello per un nuova riduzione. Secondo il corrispondente militare F. Kaplan, egli ritirò più di 15.000 uomini dalla Germania est, chiedendo agli USA di iniziare una analoga riduzione delle spese militari e delle forze stanziate in Europa e nel resto del mondo, muovendosi nella direzione di tagli reciproci. Documenti declassificati rivelano che il presidente Kennedy discusse privatamente di una tale possibilità con alti ufficiali sovietici, ma che essa fu abbandonata in seguito alla escalation militare in Vietnam. (…)
Nella metà degli anni '70, la spesa militare sovietica cominciò a diminuire, come più tardi fu riconosciuto, mentre la supremazia americana negli armamenti nucleari venne incrementata per tutto il decennio. Il presidente Carter propose un sostanzioso incremento delle spese militari e una contrazione dei programmi di politica sociale. Tali proposte vennero realizzate dall'amministrazione Reagan. (…)
Se i resti degli imperi portoghese e francese caddero negli anni '70 sotto l'influenza sovietica, ciò avvenne in gran parte perché gli USA rifiutarono di stabilire relazioni amichevoli con essi, alla – totalmente inaccettabile – condizione della loro neutralità e indipendenza; lo stesso valeva per l'America Latina. Ancor più, questo trionfo sovietico fu cosa risibile, più un fardello che un guadagno in termini di potere globale (…). Le proposte di Gorbachev del 1985-86 di un blocco unilaterale dei test nucleari, l'abolizione del Patto di Varsavia e della NATO, la rimozione della flotta russa e USA dal Mediterraneo, e di altri passi per la riduzione del confronto e della tensione furono ignorate o rifiutate con imbarazzo. Il parziale o spesso totale isolamento degli USA nelle dispute sul disarmo è anche stato regolarmente ignorato, anche nel momento della grande celebrazione del presunto trionfo USA in questa questione.
Tornando al confronto tra le superpotenze, è abbastanza vero che per la sua stessa natura, l'URSS costituiva una sfida inaccettabile. Specificamente, il suo dogma economico autarchico interferiva con i piani americani per la costruzione di un sistema globale basato su un (relativamente) libero commercio e investimento, il quale, nelle condizioni createsi alla metà del XX secolo, ci si aspettava che sarebbe stato dominato dalle corporation USA con grande beneficio per i loro interessi, come naturalmente avvenne. La sfida divenne ancor più intollerabile quando l'impero sovietico sbarrò il libero accesso dell'Occidente alle altre aree. La Cortina di ferro privò i poteri dell'industria capitalistica di una regione del mondo da cui ci si aspettavano materie prime, opportunità di investimento, marcati e lavoro a basso costo. Questi fatti da soli gettarono le basi del conflitto, come i più seri analisti sapevano bene. In un importante studio del '55 sulla politica economica estera USA, un prestigioso gruppo di studiosi scrive che la minaccia fondamentale del comunismo è la trasformazione economica delle potenze comuniste “lungo un percorso che riduce la loro disponibilità a collaborare e la loro possibilità di costituire un complemento alle economie industriali dell'Ovest” (…).
È abbastanza vero, inoltre, che l'URSS si poneva gli obiettivi che poteva trovare, intraprendendo relazioni di amicizia e di sostegno con i più miserabili tiranni e gangster – Menghistu in Etiopia e i generali neo-nazisti argentini, per citare solo due esempi. (…)
Mancando la documentazione sovietica, possiamo solo fare ipotesi sul potere deterrente delle forze occidentali contro i minacciosi “disegni del Cremlino” (…). L'effetto deterrente del potere sovietico sui disegni USA è materia altrettanto inafferrabile. L'esempio più lampante del successo della deterrenza è dato da Cuba, dove gli USA furono costretti a ricorrere al terrorismo su larga scala rinunciando a una vera e propria invasione, dopo che la crisi dei missili aveva gettato il mondo sull'orlo di una guerra nucleare, secondo il giudizio dei protagonisti; comprensibilmente, questo non è un esempio molto citato nella letteratura sulla deterrenza. Nei documenti pubblici e riservati, il nuovo sistema USA di armamenti era giustificato dalla necessità di sopravanzare il deterrente sovietico (…). Ancor prima di diventare il direttore dell'Agenzia per il controllo dell'Armamento e del disarmo, E. Rostov osservava che le forze nucleari strategiche forniscono uno “scudo” per il raggiungimento degli “interessi globali” USA con “mezzi convenzionali”; ciò si trasforma così “in un indispensabile strumento di potere militare e politico”, aggiunse il Segretario alla difesa di carter, H. Brown.
Per l'URSS la Guerra fredda è stata soprattutto una guerra contro i paesi satelliti, e per gli USA una guerra contro il Terzo Mondo. Per entrambi, essa è servita a trincerare un particolare sistema di privilegi interni e di coercizioni. La politiche perseguite sotto l'intelaiatura della G.F. sono state prive di attrattiva per la generalità delle popolazioni, che le hanno accettate per costrizione. Nella Storia, lo stratagemma comune per mobilitare una popolazione riluttante è stato evocare la paura per un nemico malvagio, dedicandosi alla sua distruzione. Il conflitto tra le superpotenze servì ammirevolmente a questo scopo, sia per le esigenze interne, come si evince dalla fervente retorica di documenti programmatici come l'NSC 68, che nella propaganda pubblica. Ma se noi abbiamo in mente la G.F. “storica”, e non il costrutto ideologico, allora non è vero che essa è finita. Piuttosto, essa è conclusa per metà; Washington è ancora in gioco.
[Traduzione di M. Chatel]. |