Progetto Novecento

La Guerra fredda

Gli eventi in ordine cronologico   La sitografia

   Il termine "Guerra fredda" implica automaticamente, nella sua stessa ragion d'essere, un giudizio di valore, l'interpretazione di una realtà cui è molto difficile attribuire connotati precisi.
    Le due guerre mondiali ebbero una data d'inizio e una finale, una dislocazione geografica precisa, videro la partecipazione di milioni di uomini riconoscibili per la loro divisa. Ma che cosa delimita i termini storici di una "guerra" che non fu combattuta (nel senso diretto di uno scontro tra USA e URSS), né tantomeno dichiarata con documenti ufficiali, ma solamente evocata in termini politici come espressione di un sentimento comune di persistente minaccia?
    Quello che ci proponiamo con questa scheda è di decostruire il concetto stesso di Guerra fredda, di smontare una credenza che ha dominato il mondo per decine di anni: e cioè che il mondo fosse diviso fra due grandi potenze pronte a distruggersi reciprocamente se questo non fosse costata la distruzione dell'intero pianeta, e che a fronte di tale impossibilità abbiano ingaggiato una prova di forza ideologica che ha visto il ricorso a tutti i mezzi leciti e illeciti utili a un confronto senza esclusione di colpi: corsa agli armamenti atomici, guerre regionali, spionaggio, corruzione e interferenze occulte nella vita politica di paesi alleati...
    Ciò che le fonti diplomatiche oggi accessibili stanno parzialmente mostrando è un quadro ben diverso: per decine di anni la più grande potenza economica e militare del mondo, gli Stati Uniti, ha utilizzato il pretesto ideologico dell'anticomunismo per stendere in ogni regione del globo una rete di interventi, più o meno occulti, più o meno brutali, in nome del puro e semplice interesse nazionale volto a contrastare ogni concezione politico-economica alternativa all'American way of Life. John Foster Dulles, segretario di Stato americano nei primi anni '50, disse: «Per noi [americani] esistono due tipi di persone nel mondo: da una parte ci sono coloro che sono cristiani e che sostengono la libertà d'impresa, poi ci sono tutti gli altri» [riferito dall'ex ministro degli esteri francese Christian Pineau in un'intervista registrata a cura del Dulles Oral History Project, Princeton University Library].
   A fronte di questa gigantesca macchina economico-militare l'Unione Sovietica, già Paese da Terzo Mondo emerso a un livello economico accettabile a costo di inauditi sacrifici, uscito da un regime feudale solo agli inizi del Novecento, per due volte violentemente aggredito dalla Germania nel giro di trent'anni al costo di circa 40 milioni di morti, assogettato per altri trent'anni a un regime dittatoriale tra i più violenti della storia, vide prolungarsi per altri quarant'anni, dal '53 al '92, un sistema politico fatiscente e corrotto, inefficace e repressivo, e questo per l'accanimento ideologico americano nei confronti di un avversario privo di ogni reale pericolosità. L'ex ambasciatore americano a Mosca, George F. Kennan, ha lucidamente espresso questa realtà: «... l'effetto dell'estremisno della guerra fredda fu di ritardare invece di affrettare il grande cambiamento che avvenne in Unione Sovietica [dopo la caduta del Muro di Berlino]» [Intervista all'International Herald Tribune del 29-10-'92].
   A questo riguardo, W. Blum scrive: «Esistono, in realtà, numerosi documenti interni del Dipartimento di Stato, del dipartimento della Difesa e della CIA, risalenti al periodo del dopoguerra, nei quali un analista politico dietro l'altro esprimevano chiaramente tutto il loro scetticismo riguardo alla "minaccia sovietica" (evidenziando i più evidenti punti deboli della struttura militare russa e/o mettendo in dubbio le presunte intenzioni aggressive) mentre gli alti responsabili governativi, tra i quali anche il presidente, stavano fornendo al pubblico un messaggio perfettamente opposto a tale visione dei fatti» [W. Blum, cit., pag 23].
   E in un articolo del "Los Angeles Times" del 29 dicembre 1991, lo storico Roger Morris, ex membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale sotto i presidenti Johnson e Nixon, dichiarava: «Come affermava il segretario di Stato Dean Acheson, gli architetti della strategia americana dovevano rendere le loro posizioni "più evidenti della verità" e "manipolare le conclusioni finali del governo". E così hanno fatto. La nuova CIA ha dato inizio a una sistematica sopravvalutazione delle spese militari sovietiche. Magicamente, la sclerotica economia sovietica si era trasformata, minacciando da vicino i risultati ottenuti dal governo statunitense. Il Pentagono accresce con divisioni fantasma l'esercito di Stalin, ancora trainato da cavalli (con tutto il suo equipaggiamento antiquato, le strade devastate dalla guerra e il morale vacillante) e poi, tanto per stare più tranquillo, attribuisce scenari da invasione in grande stile a queste nuove unità. I dirigenti degli Stati Uniti "hanno talmente sovrastimato le capacità e le intenzioni sovietiche", sostiene un successivo studio tratto dagli archivi, "che rimane sorprendente il fatto che le loro previsioni siano state prese sul serio". Sostenuti dalle affermazioni del governo, e riflettendo i timori dell'opinione pubblica, i media e il popolo americano non hanno più dubbi» [in W. Blum, cit. pag. 24].
   Ancora, nel 1983 l'ex parlamentare conservatore britannico Enoch Powell osservava: «Il fraintendimento americano dell'Unione Sovietica ha lo scopo di mantenere vivo un mito: il mito degli Stati Uniti come "l'ultima e più profonda speranza dell'umanità"» [in W. Blum, cit., pag 24].
   È rilevante il fatto che tutte queste fonti appartengano allo schieramento occidentale per anni nemico dell'URSS.
   E mentre, da un lato, gli Stati Uniti drogavano un avversario già economicamente sconfitto per giustificare una politica economica costantemente e univocamente militarista, dall'altro moltiplicavano le aree di intervento armato nel mondo - il Sud-est asiatico, l'America latina e il Medioriente - sempre nel nome di un contenimento del comunismo che unificava ideologicamente sotto un'unica etichetta propagandistica forze e realtà le più diverse: gli infiniti movimenti anti-colonialisti e nazionalisti del Terzo Mondo. «I sovietici [amavano] farsi passare come i campioni del Terzo Mondo, ma non sono mai andati al di là di uno scettico silenzio mentre i movimenti e i governi riformatori, compresi quelli guidati da partiti comunisti, in Grecia, Guatemala, Guiana Britannica, Cile, Indonesia, Filippine e in altri paesi venivano repressi nel sangue con la complicità degli americani» [W. Blum, Killing Hope, cit. pag 17].
   Se Guerra fredda c'è stata, essa va oggi analizzata con strumenti diversi e più sofisticati, e va distinta dall'imperialismo puro e semplice degli USA in aree geografiche di interesse strategico che nulla avevano a che fare col "pericolo rosso" e il suo contenimento.

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