Progetto Novecento

 

I brani originali di questo documento sono tratti da: Nicola Tranfaglia, Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani, 1943/1947 - Saggi Bompiani, Milano 2004, pagg. 216-219.

CLASS.: SEGRETO
OGGETTO: Lettera di Benedetto Croce a Walter Lippmann
DATA:  18 novembre 1943

La lettera contiene, nelle parti qui omesse, una lunga recriminazione contro quelli che Croce ritiene i gravi torti politici e istituzionali di Vittorio Emanuele III, riassumibili in un unica istanza: la diretta responsabilità del re nella presa di potere  del fascismo, che ha come conseguenza il dovere degli Alleati di rimuoverlo dal trono. Quindi egli continua:

«A ciò abbiamo replicato che nessuno di noi pensava di aprire, mentre dura la guerra e abbiamo i tedeschi nel nostro territorio, un dibattito su monarchia e repubblica, e che eravamo di intesa a rimandare questo problema alla fine della guerra; ma che altra era la questione istituzionale e altra quella personale, e che il r rappresentava la prosecuzione del fascismo e l'ostacolo a provvedere alle cose italiane e anche alla cobelligeranza con gli anglo-americani.

La proposta dunque da noi sostenuta era, ed è, che il re e suo figlio, principe di Piemonte, corresponsabile con lui per il contegno tenuto, abdichino e sia dichiarato re il minorenne principe di Napoli, con una reggenza a capo della quale si ponga il maresciallo Badoglio. Questo mutamento, fatto ora, salverebbe l'istituto monarchico o ne prolungherebbe, e forse ne accrescerebbe, le speranze, e in Italia la concordia degli spiriti e il sentimento del compiuto distacco dal passato fascistico.

Ora io non so, mentre Le scrivo, se la nostra proposta finirà per prevalere. Per intanto, il maresciallo Badoglio l'ha resa pubblica ed ha annunziato che il re, non potendo comporre un ministero di uomini politici per il rifiuto incontrato, nominerebbe un ministero di funzionari e di tecnici. Quale autorità e quale vigore possa avere un simile ministero è superfluo dire; e con quale animo sarà composto si può desumere dai primi nomi che sono stati annunciati, tra i quali quello del Jung, che fu ministro delle Finanze del Mussolini e che dava segni di fanatico attaccamento a costui.

Quanto all'atteggiamento delle autorità anglo-americane, sta di fatto che esse finora hanno impedito ogni manifestazione per l'abdicazione del re e ogni discussione nei giornali che controllano; e tutto ciò non è certamente incoraggiante. Se gli italiani avessero in questa questione piena libertà di esprimere il loro voto, l'abdicazione e l'assetto di sopra proposto si attuerebbero senz'altro col consenso generale e sarebbe una questione chiusa.

Questo è il problema urgente di noi italiani; ma io non gliene avrei scritto, se esso non si congiungesse nella mia mente con la guerra e con l'avvenire che la fine della guerra prepara. Ho avuto occasione di scrivere pel "New York Times", che me ne fece richiesta, un articolo sul Fascismo come pericolo mondiale, che a quest'ora dovrebbe essere stato pubblicato. Ma in quell'articolo, scritto a metà ottobre, lumeggiando alcuni aspetti del problema, non potei fermarmi sopra un altro di essi che mi si è andato svelando da quando gli anglo-americani sono in Napoli. In Italia, il fascismo è una malattia per sempre superata e non tornerà più, e tutto fa sperare che l'unica forza, viva e seria, che creò il nostro risorgimento nazionale nel secolo passato e che governò beneficamente i sessanta e più anni che corsero dal 1860 all'avvento del fascismo, ripiglierà il dominio, come già ne dié indizio l'esplosione liberale che seguì alla caduta del fascismo, durante i quaranta giorni precedenti all'armistizio e all'occupazione tedesca. Chiesa cattolica e comunismo, per ragioni diverse od opposte, non hanno né l'una né l'altra forza costruttiva; l'esercito è sempre stato disciplinato e sottomesso al potere politico, ne mai ha tentato pronunciamenti. Ma si può dire lo stesso delle tendenze e delle disposizioni politiche che vengono mostrando, nel campo dei fatti, gli anglo-americani?

Quel che è accaduto nell'Africa francese del nord, dove uomini e partiti, fascisti non di nome ma nel carattere, hanno avuto il sopravvento e hanno perseguito i democratici; o nella Sicilia, dove l'amministrazione è - per colpa precipua del capo americano Poletti - nelle mani degli ex fascisti; ma soprattutto quel che ne vedo e ne osservo qui a Napoli, da quando vi sono giunti gli americani e gli inglesi io sono venuto al convincimento che, se la bandiera innalzata dagli alleati nella guerra era la restaurazione e lo stabilimento della libertà, nella pratica ci si orienta verso un assetto fascistico o semi fascistico per effetto dei circoli politici e degli interessi economici prevalenti nei rispettivi paesi, e soprattutto per la paura del comunismo verso il quale il fascismo non è già una difesa, come si immagina o come le menzogne di Mussolini hanno fatto credere al mondo, ma una preparazione, o un sostituto, che ne raccoglie il peggio. Basta, del resto, leggere il programma venuto fuori in questi giorni, della nuova repubblica italiana fascista, ideata dal Mussolini, per leggervi che sarà una repubblica sociale, con l'abolizione del capitalismo et similia.

Come studioso di storia non sono e non posso essere ingenuo, e mi è ben noto che le guerre non si fanno per ideali morali, ma per la difesa e l'ampliamento dei singoli Stati, e che gli uomini politici che rappresentano gli Stati debbono adempiere a questo solo, che è il loro proprio e diretto dovere. Ma so anche che essi non possono passar sopra agli ideali morali quando questi si convertono in forze politiche e formano richieste e stati d'animo e volontà della pubblica opinione. E so che in America e in Inghilterra questa pubblica opinione è ancora potente e se in certi casi non interviene come in questo che le ho descritto dell'Italia e come nei sintomi che si notano di un avviamento pericoloso per l'Europa e anzi per il mondo tutto, è perché non è informata. Ella è uno di coloro la cui parola è ascoltata dalla pubblica opinione in America e oltre l'America; come io, in un campo più ristretto, durante e contro il fascismo, mi sono fatto ascoltare e ho operato sulla pubblica opinione e ho conseguito buoni effetti. Vorrà dunque prendere in considerazione le cose che le ho esposte e le altre che le ho accennato, e che sono più gravi perché hanno una estensione e una importanza internazionale?

Con questa speranza ho ripreso con Lei la vecchia conversazione, nella quale ricordo che ebbi occasione di dirLe, alla Sua meraviglia sullo stato di acquiescenza in cui aveva trovato l'Italia sotto il fascismo, che se in altri paesi, se nella stessa America il popolo si lasciasse sfuggire di mano il congegno liberale, si sarebbe visto assai di peggio, perché l'Italia è pur sempre un paese di antichissima civiltà, e che più facilmente di altri si ripiglia e si rialza. Quel che avvenne qualche anno dopo, all'avvento del nazismo in Germania, fu la conferma del mio giudizio. Il nazismo si tirò dietro non solo la politica e l'economia, ma la scienza stessa e il pensiero tedesco, e distrusse nei tedeschi l'umanità, riducendoli a macchine; ma gli italiani, anche sotto il fascismo, macchine non diventarono. 

Mi abbia con cordiali saluti e con la speranza che questa lettera Le giunga e che io possa ricevere da Lei un cenno di risposta.

Suo, Benedetto Croce»