Progetto Novecento

La repubblica italiana.

1946 - 1948

   Nel 1946 l'Italia volta pagina. L'abdicazione di Vittorio Emanuele III, il referendum costituzionale su "Monarchia o repubblica" e la partenza per l'esilio di Umberto II di Savoia, segnano il passaggio alla storia dell'Italia repubblicana. E infine, il 25 giugno dello stesso anno si aprono ufficialmente i lavori dell'Assemblea costituente, che darà alla repubblica i suoi fondamenti giuridico-istituzionali. Dal successivo mese di luglio l'Italia può sedere senza più tutori internazionali - né tanto meno militari - al tavolo di pace di Parigi. Ma è proprio così?
   La repubblica italiana del dopoguerra è stata una nazione con piena e totale libertà di autodeterminazione? Vi sono state in Italia, dalla sua liberazione in poi, le condizioni reali per una effettiva e incondizionata vita democratica? Oggi, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra fredda, abbiamo la certezza che non fu così. I vertici internazionali susseguitisi durante gli anni della guerra e le condizioni politiche e militari in cui avvenne la liberazione della Penisola determinarono le condizioni per il formarsi di quello che lo storico Renzo de Felice chiama "doppio Stato", un sistema politico, cioè, basato sulla doppia lealtà dei suoi gruppi dirigenti: lealtà alla propria nazione e, insieme, lealtà a uno schieramento internazionale. Ma ancor di più, l'efficacia del doppio vincolo di fedeltà era basata sul coinvolgimento nelle strutture profonde del potere - ordine pubblico, intelligence e difesa - di un personale motivato da un livello di adesione ideologica e di fedeltà assolutamente certo e incurante dei rischi personali derivanti da una eventuale chiamata alla lotta armata. Ex fascisti riciclati nei servizi segreti (come Junio Valerio Borghese), partigiani anticomunisti assorbiti nell'amministrazione dello Stato con incarichi riservati (come Edgardo Sogno): tutto un sottobosco di "combattenti" pronti ad agire anche al di fuori delle regole democratiche e costituzionali, nel caso in cui i partiti di sinistra avessero preso il potere anche attraverso libere elezioni.
   L'Italia uscita dalla guerra era un Paese totalmente condizionato dalle decisioni strategiche delle grandi potenze, e legato agli interessi economici degli Stati Uniti. In base a quelle decisioni e a quegli interessi, essa si trovò schierata, a prescindere dalla volontà politica e culturale della sua popolazione, contro un nemico indicato da altri, un nemico che viveva ed operava al suo stesso interno: il movimento operaio social-comunista. «In Italia si forma una democrazia parlamentare pluralista ma essa è l'unico paese industriale europeo in cui l'opposizione, cioè il movimento operaio social-comunista, è vista come antagonista strategico, il "nemico" che si muove al di fuori dei confini tracciati dal Patto atlantico, e quindi non può andare al governo, e pertanto la democrazia non ha alternativa, è aperta per la costituzione formale ma bloccata per quella materiale. In base a questo approccio, il doppio Stato che si è configurato in Italia non è un fatto contingente, non scaturisce da un uso improprio, deviato, dei poteri pubblici, da un complotto o da una guerra interna di fazioni, ma ha un carattere strutturale, in collegamento con la doppia lealtà e con l'assedio reciproco» [Umberto Santino, La strage di Portella, la democrazia bloccata e il doppio Stato, in Centro siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato"].
[Leggi l'articolo di Antonio Cipriani: Revisionismo e doppio Stato (sito esterno)].

    Dallo sbarco alleato in Sicilia la storia dell'Italia è strettamente intrecciata a quella della Guerra fredda e dell'alleanza internazionale con il patto atlantico (NATO). Questa alleanza e i suoi scopi egemonici gettarono il paese in una specie di guerra civile potenziale (potremmo chiamarla la nostra "Guerra fredda civile"), per vincere la quale ogni mezzo fu considerato accettabile: dalla manipolazione ideologica al complotto golpista, alla violenza contro civili innocenti. La storia di quella che oggi è chiamata "Prima repubblica" è una storia di misteri che nascondono un'unica matrice: la servitù politica impostaci dall'alleanza atlantica nell'ottica del bipolarismo mondiale.

   Questa storia di misteri e di trame inconfessabili inizia da un evento clamoroso verificatosi il 1 maggio 1947, evento che tuttavia aveva radici nella storia dei rapporti tra esercito americano e mafia siciliana: la strage di Portella della Ginestra.

   Un piccolo gruppo di banditi guidati da un latitante, noto per la sua militanza politica a favore dell'indipendentismo e per il suo legame con gli agrari più influenti dell'isola, Salvatore Giuliano [leggi un estratto della lettera che Giuliano inviò nel '47 al presidente Truman], spara sulla folla convenuta nel pianoro di Portella della Ginestra per la celebrazione della Festa del lavoro, causando la morte di 11 persone - tra cui 2 bambini - e il ferimento di altre 27.

   Le indagini della polizia inaugurarono quella che sarebbe poi diventata una pratica costante nella storia dei "misteri italiani": il depistaggio, inteso come deliberato allontanamento delle ricerche dalla verità e dalle sue fonti autentiche. Mentre, infatti, le forze dell'ordine e il Ministro dell'interno in persona - Mario Scelba - insistevano nell'attribuire l'eccidio alla delinquenza comune o alla "piccola mafia locale", alcuni giornali cominciarono a fari il nome di Salvatore Giuliano, e quindi degli ambienti filo-americani e anticomunisti, mentre la sinistra denunciava apertamente l'esistenza di un "quarto partito" siciliano, formato da agrari e mafiosi, volto a impedire alle forze popolari di formare il governo regionale da esse democraticamente conquistato con le elezioni del 20 aprile.

   Dunque ciò che oggi si può dire per una corretta ricostruzione di quei fatti è quanto segue:
-- la strage nasce dai rapporti tra mafia e servizi segreti americani sorti nei primi mesi della liberazione (1943);
-- essa fu una provocazione voluta da forze vicine agli ambienti politici conservatori dell'isola, per porsi in una luce favorevole agli occhi degli Stati Uniti;
-- non è esclusa la partecipazione di forze militari americane nella sparatoria stessa.

 

   Nel frattempo l'Italia si avviava verso le sue prime elezioni democratiche...
   Ancora nel '47, a Washington, l'ambasciatore Tarchiani aveva ricevuto dal presidente Truman un preciso avvertimento: gli Stati Uniti avrebbero appoggiato, tramite il "Piano Marshall", la ricostruzione dell'Italia, alla condizione che venissero esclusi i comunisti ancora al governo. E il 12 marzo lo stesso Truman enunciava al Congresso la sua nuova dottrina di politica estera (la "Dottrina Truman" per il contenimento del comunismo nel mondo). Il giorno successivo, 13 marzo 1947, Alcide De Gasperi dava le dimssioni dal suo terzo mandato di governo e in un discorso alla radio affermava l'impossiblità di continuare l'esperienza governativa con le sinistre.

   1948.
   Fin dal febbraio del nuovo anno l'Italia entrò nel clima elettorale, in quello che sarebbe stato il primo serio "banco di prova" del nuovo sistema democratico appena entrato in vigore con la Costituzione (1 gennaio '48).
   Il 15 del mese, nelle elezioni amministrative per il Comune di Pescara la coalizione dei partiti di sinistra vinse con il 79% dei voti.
   Immediatamente, in tutte le parrocchie e in migliaia di centri religiosi della Penisola si accese una martellante campagna intimidatoria - rivolta ai fedeli, soprattutto donne, in grado di influenzare dal profondo l'ambiente familiare - contro il "pericolo comunista", che trasformò letteralmente la competizione elettorale per il voto del 18 aprile in una caccia alle streghe, nella quale l'ideologia comunista era presentata come l'origine di ogni male e perversione. A livello ufficiale, la Chiesa preannunciò un drastico provvedimento: la scomunica per tutti coloro che avessero votato per il Partito comunista italiano (confermata poi con un documento del 28 giugno 1949).
   Dal canto loro gli Stati Uniti, attraverso il segretario di Stato Marshall, non fecero mancare la propria determinante influenza: il 20 marzo lo stesso Marshall dichiarò esplicitamente, in una conferenza all'Università di Berkeley, che gli aiuti economici all'Italia sarebbero cessati in caso di una vittoria elettorale delle sinistre.
   
   Ma tutto questo era solo la punta emergente di un iceberg composto da iniziative, ingerenze e minacce, messe in atto dagli USA per condizionare direttamente la futura composizione filo-atlantica e anticomunista del governo italiano.
   Il politologo americano W. Blum ha raccolto in un documento il lungo l'elenco di tali attività, a fronte delle quali si può tranquillamente affermare che l'Italia mancò clamorosamente al suo primo importante appuntamento con la democrazia.

 

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