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Progetto Novecento
La repubblica italiana.

Questa sezione
del sito è dedicata alla storia dell'Italia dal 1943 al 1991, agli eventi cioè
che segnarono la liberazione dal nazi-fascismo, il primo dopoguerra, e gli
innumerevoli "misteri" che hanno costellato la vita politica della cosiddetta
"Prima repubblica".
Come tutte le altre sezioni del Progetto, anche questa non ha
lo scopo di fornire un quadro completo del cinquatennio, ma di indicare i punti
del panorama storiografico che le nuove fonti documentarie oggi disponibili
stanno mettendo in discussione e sottoponendo a una revisione interpretativa.
La nascita del "doppio Stato"
1943 - 1945
Gli anni
decisivi della nostra storia repubblicana furono gli ultimi due anni di guerra,
a partire dalla decisione anglo-americana di attaccare
la "fortezza europea"
proprio dalla Sicilia. La realtà politica, sociale ed economica che gli alleati
si trovarono ad affrontare li pose di fronte a un nodo intricato di problemi che
condizionò in modo pesante i loro piani strategici e li illuminò in modo
decisivo sull'importanza che la Penisola avrebbe ricoperto nell'equilibrio
politico mondiale.
Tutto cominciò con l'arrivo in Sicilia di agenti segreti
dell'Oss (Office of strategic services), creato nel 1942 dagli Stati Uniti per
le operazioni di spionaggio sui teatri di guerra. Loro compito era di monitorare
la situazione sul territorio prima e dopo lo sbarco, per valutare il quadro
politico e creare le condizioni per una collaborazione con le forze locali.
Alcuni documenti da poco accessibili testimoniano dell'intenso
lavoro di analisi condotto da questi infiltrati, e proprio attraverso tali
testimonianze ci giunge un'immagine straordinariamente viva e dettagliata della
società italiana appena uscita dal ventennio fascista.
La Sicilia
liberata rappresenta il laboratorio politico attraverso cui osservare e valutare
il complesso gioco di forze e le linee di frattura che potrebbero manifestarsi
successivamente in tutta la Penisola a guerra conclusa. Gli elementi di
somiglianza tra l'isola e il resto del territorio nazionale sono molti, a
cominciare dalla presenza di un ceto dirigente fascista ancora politicamente
influente, passando per l'attività politica dei nuovi partiti nati dalla
resistenza (come il Partito d'Azione) e poco disposti ai compromessi, per finire
col radicamento sociale dei due maggiori partiti popolari, la DC e il PCI.
Ma un forte elemento di diversità è la presenza della mafia,
che non rappresenta solo un problema di ordine pubblico, ma soprattutto un
fattore di grave inquinamento politico. I capi della mafia si schierano, fin dai
primi mesi dopo lo sbarco, con le forze conservatrici, fascisti e agrari, per il
mantenimento dello status quo. In quest'ottica, il PCI diventa immediatamente il
principale nemico di queste forze occulte di stampo conservatore. Come
riportano i documenti segreti dell'Oss, fin dall'aprile del 1944 i fascisti
siciliani, e in particolar modo numerosi elementi di Piana dei Greci (poi Piana
degli Albanesi), perseguono l'obiettivo di organizzare sommosse popolari (cosa
non difficile, viste le condizioni disperate della popolazione in quei terribili
mesi) nelle quali infiltrare elementi sovversivi per farne poi ricadere la
responsabilità sul PCI [vedi: Tranfaglia, citato, pag. 113, "Situazione politica
a Piana dei Greci"].
Altro importante elemento di diversità, è la presenza
nell'isola di un agguerrito fronte politico separatista, che vede convergere sia
politici indipendenti che esponenti di una mafia di alto livello, definita dagli
americani "la vecchia mafia cavalleresca". Suo massimo rappresentante in quegli
anni è Calogero Vizzini, ricco proprietario agricolo residente tuttavia negli
USA, nominato poi sindaco di Villalba dagli Alleati. Gli obiettivi del
separatismo siciliano sono la conservazione dello status quo economico, sotto la
protezione politica degli USA, tanto che essi parlano di un "protettorato
dell'America" sull'isola. Naturalmente il PCI è nettamente contrario a questa
ipotesi [vedi: Tranfaglia, citato, pag. 137; "Il PCI in Sicilia - 13 settembre
1944"].
Nel
ricostituito Regno del Sud, intanto, lo scontro
politico vede contrapposti i partiti, le istituzioni nazionali (il Comando
militare del gen. Badoglio e i Savoia, ancora riconosciuti dinastia regnante
dagli Alleati) e gli Alleati, in un dibattito aspro e sempre condotto sul filo
del rasoio di una possibile rottura, foriera di una catastrofica guerra civile.
Al
congresso del CLN a Napoli vengono dibattuti senza alcuna soluzione
due temi estremamente scottanti per gli equilibri nazionali: 1) come considerare
la figura di Vittorio Emanuele III e dell'istituzione monarchica in generale
dopo l'8 settembre;
2) fino a che punto di radicalità spingere la necessaria epurazione del ceto
dirigente fascista, in gran parte protetto dal favore degli Alleati. Su questi
temi, Benedetto Croce scrisse una lettera esemplare, dal punto di vista etico e
politico, al famoso giornalista americano Walter Lippmann, rimasta segreta fino ad oggi,
nella quale il filosofo liberale espresse giudizi di una gravità stupefacente
sulle scelte dei nostri Liberatori nelle questioni poitico-istituzionali.
Ma in Italia
le questioni internazionali sono rese ancor più intricate dalla presenza del
Vaticano. Nel dicembre del '43 l'Oss intercetta una nota dell'ambasciatore
tedesco presso la Santa Sede, che riferisce il pensiero di papa Pio XII sulla
guerra nei seguenti termini:
«Egli [il papa] si augura che i nazisti mantengano le loro
posizioni militari sul fronte russo e spera che la pace arrivi il prima
possibile. In caso contrario, il comunismo emergerà dalla disfatta militare come
l'unico vincitore. Pio XII sogna un'unione delle antiche nazioni civilizzate per
isolare il bolscevismo a est, come fece Innocenzo XI, che unificò il continente
e liberò Budapest e Vienna dai musulmani. (...) Nel suo messaggio natalizio, Pio
XII cercherà di dissuadere le potenze occidentali dal perseguire l'idea della
resa incondizionata [della Germania nazista]» [Tranfaglia, citato, pag. 219].
In molte
successive occasioni papa Pacelli esternò e
operò contro il comunismo interno ed internazionale, mentre ancora oggi non è permesso conoscere
i documenti degli archivi dello Stato Vaticano riguardanti
l'atteggiamento del pontefice sul nazismo e l'Olocausto.
Collateralmente alle attività politiche connesse con la gestione dell'emergenza
e al rapporto con le forze militari occupanti, all'interno dei partiti italiani
- e tra esponenti di partiti diversi - si sviluppa un complesso dibattito che
riguarda soprattutto tre questioni:
1) come restituire all'Italia il rispetto internazionale, soprattutto in vista
di una reale autonomia della nazione nelle future decisive scelte di carattere
istituzionale (ovvero nell'inevitabile necessità di scegliere tra monarchia e
repubblica a guerra conclusa);
2) quale forma e quale dimensione dare alla epurazione dei fascisti dagli
apparati amministrativi e statali del nuovo Stato democratico;
3) i rapporti con i nuovi alleati, e in particolare con gli Stati Uniti (e
conseguentemente il ruolo politico che può essere riconosciuto al Partito
Comunista Italiano nel futuro panorama istituzionale democratico).
In merito al primo punto, è rilevante
l'opinione di don Luigi Sturzo, "padre" storico
e spirituale dei politici italiani di ispirazione cattolica. Luigi Sturzo, sacerdote siciliano, aveva fondato
nel 1919 il Partito popolare italiano (PPI), battendosi per un progetto politico riformatore non direttamente
collegato agli interessi della Chiesa (aconfessionale). In esilio dal 1924, dal '26 soggiorna negli Stati Uniti,
dove diventa il più influente esponente dell'antifascismo cattolico.
È del 1944 una relazione segreta dell'OSS nella quale viene riportata, con grande attenzione,
l'opinione di don Sturzo circa i rapporti dell'Italia con le potenze alleate; il documento riferisce quanto segue:
«Per quanto riguarda il trattamento politico riservato all'Italia,
don Sturzo sostiene che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non riescono
a promuovere una politica in grado di ridare speranza agli Stati europei che
attendono la liberazione. Di conseguenza, i popoli europei focalizzano le loro
speranze sulla Russia. A suo parere, la politica britannica di indebolimento dell'Italia
provoca un forte risentimento sia in Italia che in Francia. Sul lungo periodo, infatti,
tale strategia finirà per rivolgersi contro i comuni interessi delle tre nazioni.
Egli rileva che gli Stati Uniti non hanno in Europa gli interessi imperiali
perseguiti dalla Gran Bretagna. Tuttavia, gli Stati Uniti sono fondamentalmente interessati alla pace,
che non potrà mai essere raggiunta in un'Europa debole e divisa tra le
sfere d'influenza delle grandi potenze dell'est e dell'ovest. In tal caso, l'Europa sarebbe
costretta a soffrire una lunga e difficile crisi.
Tra i due potenziali imperialismi
dell'Europa postbellica, l'America deve assumere "una posizione d'equilibrio"
e deve essere animata dalla volontà di trascendere gli interessi materiali di Mosca e di Londra.
Collocata al centro del bacino mediterraneo,
l'Italia non sarà d'aiuto né alla Russia né all'Inghilterra
se verrà costretta a uno stato di permanente debolezza e sottomissione,
diventando un fattore di instabilità e discordia in Europa.
Sul lungo periodo la situazione non potrebbe che produrre l'amaro frutto
della guerra» [Tranfaglia, citato, pagg. 231-32].
In
merito al secondo punto, sono oggi disponibili alcuni documenti
che testimoniano della difficoltà che i politici antifascisti riscontrano, già durante gli ultimi anni di guerra,
nel processo di epurazione dei membri del Partito fascista dagli
apparati pubblici e dalla vita politica in generale. Fin dal '44, la discriminante
assoluta fascismo/antifascismo sta cominciando a venir meno, a fronte dell'urgente
necessità di fornire alle forze politiche filo-americane e anticomuniste
uomini di sicura fedeltà. Quando la sconfitta del regime è ormai
certa il problema, per gli uomini della Democrazia cristiana e per tutti coloro che operano vicino ai centri di potere allora attivi - il comando anglo-americano e il governo provvisorio italiano - diventa quello di soddisfare la richiesta di un nuovo fronte anti-sovietico occidentale che escluda dall'Europa ogni possibile influenza comunista.
Significative a questo proposito sono alcune lettere che l'avvocato Mario Scelba, futuro ministro degli interni del governo De Gasperi e successivamente lui stesso presidente del consiglio, scrive a don Sturzo nel 1944 in relazione alla situazione politica italiana; tra l'altro afferma:
«Tutti i conservatori, gli uomini d'ordine e di legge e molti ex fascisti guardano a noi come all'ancora di salvezza; specie di fronte al pericolo comunista. (...)
È un problema che investe tutti i partiti; ma il nostro in modo particolare, perché il conformismo col regime degli intellettuali cattolici è stato impressionante; e noi siamo più scrupolosi nell'ammettere elementi già compromessi col regime. Al convegno di Napoli un oratore propose che non potesse essere eletto alla carica di consigliere nazionale del partito che avesse preso la tessera. Contro la proposta fui costretto a sostenere la tesi di una maggiore larghezza, perché a conti in precedenza fatti con gli amici, non sarebbe stato possibile fare il consiglio nazionale!» [Tranfaglia, citato, pagg. 241-42].
Così come, a sua volta, un documento classificato come "segretissimo", del novembre dello stesso anno, del capo del settore italiano del "Secret intelligence" (lo spionaggio dell'OSS), ha come oggetto: «Bonomi [il capo del governo provvisorio italiano] riattiva l'OVRA [la polizia segreta del regime fascista] su scala minore. La nuova polizia creata per monitorare, in particolare, il comunismo». In esso si legge:
«La sezione politica della polizia italiana, nota sotto il fascismo con il nome di OVRA, era stata ufficialmente smantellata, ma Bonomi l'ha riattivata su scala minore nel mese di ottobre. Il suo personale è passato dalle 8 alle 20 unità in poche settimane. Ora non si chiama più Ovra, anche se la vecchia organizzazione continua a essere il suo modello. Ha accesso ai rapporti sulle varie situazioni politiche locali redatti dai prefetti e dai funzionari provinciali ed è stata ripristinata per monitorare in primo luogo il comunismo» [Tranfaglia, cit., pag. 270].
Al terzo punto, infine, vanno prese in considerazione le contromisure messe in atto dagli stessi comunisti italiani, e in modo particolare dal segretario del partito Palmiro Togliatti, per evitare l'estromissione del PCI dal futuro politico del Paese. Come scrive Tranfaglia nell'antologia da lui stesso curata, e da noi utilizzata in questa scheda, Togliatti dà vita nei mesi tra il '43 e il '44 a una sorta di "compromesso storico ante litteram" tra cattolici e comunisti, nella convinzione allora diffusa che USA, URSS e Gran Bretagna abbiano pari dignità nella liberazione dell'Europa dal nazi-fascismo. In questa stessa ottica, don Sturzo sostiene ripetutamente la convinzione che il PCI e l'URSS non costituiscano un pericolo per la democrazia in Italia [Tranfaglia, citato, pag. 233]; mentre è oggi disponibile l'informazione secondo cui Togliatti e l'allora Segretario di Stato del Vaticano, monsignor Montini [futuro papa Paolo VI], ebbero alcuni incontri durante i quali «hanno stilato un programma di base per arrivare a una effettiva intesa tra la Santa Sede e la Russia» [Tranfaglia, cit., pag. 237].
In sostanza, Togliatti è perfettamente consapevole della necessità di mantenere la sua forza politica nel quadro di riferimento dell'Occidente democratico, anche in ragione del fatto che nessuna garanzia di aiuto sarebbe venuta da Stalin verso un'eventuale sollevazione rivoluzionaria comunista (come auspicavano molti combattenti partigiani) oltre le già stabilite sfere d'influenza sovietica.
I rapporti tra l'OSS e i fascisti.
La storia della repubblica che non è mai stata raccontata, e su cui qui concentriamo la nostra attenzione, non sarebbe completa senza l'accenno a una delle pagine più oscure che segnarono gli anni tra il '43 e il '45, vale a dire l'utilizzo di gerarchi e combattenti fascisti da parte dei servizi segreti statunitensi nella loro attività occulta contro i partiti di sinistra e il movimento sindacale italiano.
Protagonista inquietante di questa pagina è il comandante della Decima Mas Junio valerio Borghese, l'ufficiale di marina del regime fascista più attivo dall'invasione d'Etiopia al 1945. Nel '40 gli venne affidato il comando della Decima flottiglia Mas, e dopo l'8 settembre aderì alla Repubblica di Salò e combatté ferocemente a fianco dei tedeschi contro i partigiani nell'Italia del nord. Nel maggio 1945, a Mlano, viene salvato dalla rappresaglia partigiana dall'OSS e internato nel penitenziario dell'isola di Procida. Processato per crimini di guerra, viene condannato a dodici anni di reclusione "per collaborazione col tedesco invasore", ma torna in libertà per intervento dell'avvocato difensore che ottiene l'immediata correzione della sentenza da parte del presidente della corte. Da quel momento Borghese si eclissa, ma ora è noto che venne arruolato dal servizi segreti americani per attività clandestine anticomuniste. Negli anni '60 ricompare a capo di organizzazioni neofasciste (tra cui il "Fronte nazionale"), e nel '70 organizza - a Roma - un tentativo di colpo di Stato. Fugge in Spagna dove muore nel 1974.
Quello che conta sottolineare, nel caotico panorama politico-militare degli ultimi anni di guerra, è l'ambiguità dei servizi segreti americani nei confronti dell'alleato italiano e del nemico nazi-fascista. Non c'è dubbio infatti che la politica estera della Casa Bianca mirasse a un sostanziale riconoscimento della pari dignità dell'alleato sovietico e ad una effettiva applicazione dei valori democratici nell'Europa liberata; in questo senso vanno interpretati i numerosi casi di collaborazione tra l'armata anglo-americana e le forze partigiane nell'Italia settentrionale. All'opposto appare, sul piano strategico-militare, una divergenza dalla visione rooseveltiana tra le forze di comando e di intelligence impegnate sul teatro bellico europeo, più vicine alle istanze e alle preoccupazioni che agitavano la Gran Bretagna di Churchill, e che consistevano nel prevenire ad ogni costo l'espansione sovietica verso occidente, sia nella sua forma diretta - l'avanzata dell'Armata rossa dietro i tedeschi in fuga - che in quella indiretta - l'emergere di una massiccia rappresentanza politica comunista, soprattutto in Grecia e in Italia, nel panorama politico democratico.
In questo quadro, come scrive Tranfaglia [cit., pag. XXVII dell'Introduzione], la guerra fredda in Italia non comincia nel '47 ma ben prima, e cioè dal momento in cui i servizi segreti aprono trattative coi prigionieri fascisti garantendo loro l'impunità giudiziaria in cambio di un "lavoro sporco" di destabilizzazione della libera dialettica democratica nel nostro Paese.
Continua col il '46-'48

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