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Questo documento è tratto dal volume: La guerra civile,
Milano BUR 2005 (pagg. 5/7). Nel brano qui riportato, il senatore Pellegrino ricostruisce sinteticamente la storia della formazione partigiana comunista nota col nome di “Volante rossa”.
«Proviamo a raccontarla, allora, questa storia. Innanzitutto, che cos'era la Volante rossa? Durante la Resistenza, le volanti erano piccole squadre di partigiani, molto mobili appunto, che scendevano dalle montagne per compiere azioni rapide e sabotaggi. Subito dopo la guerra, nell'estate del 1945, alcuni partigiani che avevano combattuto in Valsesía fondarono un'organizzazione, la Volante rossa-Martiri partigiani, con lo scopo di mantenere vivi gli ideali "rivoluzionari" della Resistenza. Erano una sessantina, quasi tutti iscritti al Pci, organizzati in una formazione paramilitare, con al loro interno un gruppo ristretto clandestino. Si consideravano una sorta di "guardia armata della rivoluzione" e avevano stabilito la loro sede in una casa del popolo di Lambrate, alle porte di Milano. Ma ben presto l'organizzazione si ramificò in quasi tutta l'Italia settentrionale e centrale. Aveva solide basi non solo a Milano, ma anche a Torino, nel "triangolo della morte" emiliano e a Roma. I promotori della Volante rossa erano ex partigiani della Ualsesia, in Piemonte. È un caso, visto che quella era zona di fedelissimi di Pietro Secchia, come Francesco Moranino? No, non fu un caso: gli uomini della: Volante erano legati a Secchia. La Valsesia è uno dei buchi neri della storia comunista del dopoguerra, per i rapporti che i gruppi partigiani di quella zona ebbero prima con la Volante e molti anni dopo con le Brigate rosse. Parliamo dei conti che regolarono subito dopo la guerra? Ci furono vendette efferate, operazioni di giustizia sommaria: omicidi politici e sequestri di persona con "processi" e condanne a morte. Erano veri e propri atti di terrorismo a guerra ormai conclusa. Ma bisogna capire qual era il clima negli anni immediatamente dopo il 25 aprile. I fascisti, amnistiati, tornavano a casa, nei loro paesi e nelle loro città, dov'era ancora vivo il ricordo delle loro prepotenze e dei loro soprusi. Si trattava spesso di elementi dell'esercito repubblichino, torturatori che avevano infierito sui prigionieri, responsabili di deportazioni e di eccidi nei confronti di civili, anche donne e bambini. Non solo tornavano a circolare liberamente, ma molti di loro venivano addirittura reintegrati negli apparati dello Stato in sostituzione dei quadri che erano stati nominati dal Cln (Comitato di liberazione nazionale). Questa è la verità. Gli antifascisti venivano espulsi dall'arma dei carabinieri, dalla polizia, dall'esercito, dalla magistratura e dalle prefetture, dagli uffici e dalle aziende. E al loro posto venivano piazzati uomini che avevano fatto carriera durante il ventennio e che durante la Repubblica sociale avevano commesso crimini. Gli uomini che avevano combattuto dalla parte sbagliata e avevano perso, venivano di fatto premiati. Chi invece aveva lottato per la libertà, rischiando la propria vita, veniva punito con il licenziamento e l'emarginazione. Agli occhi di molti partigiani era un'ingiustizia inaccettabile. E non lo era? Lo era. Ma dobbiamo guardare le cose anche da un altro punto di vista. Se l'Italia fosse stato un Paese "normale", gli ex partigiani avrebbero riempito i ranghi dell'esercito, dei carabinieri, della polizia, della magistratura, della burocrazia statale. Avrebbero formato l'ossatura della neonata democrazia, il supporto democratico della classe dirigente della Repubblica. Ma il nostro, un Paese normale non lo era. Perché, liberato dagli anglo-americani, nella spartizione del mondo in aree di influenza, durante la conferenza di Yalta, era stato assegnato al blocco occidentale. Aveva però al suo interno uno dei più forti partiti comunisti d'Europa. Un partito che si era forgiato militarmente durante la Resistenza, di cui era stata la componente di gran lunga più forte e combattiva. Proviamo allora a metterci nei panni degli anglo-americani, alle prese con il seguente dilemma: quanto tempo l'Italia sarebbe rimasta nel campo del mondo libero, con esercito, magistratura, carabinieri, polizia, servizi segreti, uffici governativi e diplomazia controllati dai comunisti? I partiti democratici anticomunisti non avevano quadri sufficienti per far fronte nell'immediato alle necessità. Perciò dovettero integrare ricorrendo ai funzionari fascisti e repubblichini. Che, oltre ad essere degli irriducibili anticomunisti, erano anche più esperti e preparati.»
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