| Progetto Novecento Oren Yiftachel (prof. di geografia e politica pubblica alla Ben Gurion University del Negev)
Durante il cinquantesimo anno dell'indipendenza di Israele (1997-98), la Corte suprema di giustizia si è trovata alle prese con un ricorso noto come caso Katzir. Il ricorrente era un cittadino arabo al quale, in quanto non ebreo, era stato impedito di acquistare terreni di proprietà dello Stato nel villaggio di Katzir. Fino a oggi la Corte ha rinviato ogni decisione in merito. Il presidente, giudice Aharon Barak, noto come paladino dei diritti civili, ha osservato che questo caso è stato uno dei più ardui della sua carriera legale. Il fatto che durante il cinquantesimo anniversario di Israele la massima autorità giuridica dello Stato trovi ancora diffìcile difendere un diritto civile fondamentale quale il pari accesso ai terreni dello Stato è un efficace punto di partenza per le tesi che svilupperò in questo saggio . Nelle pagine che seguono intendo fornire un nuovo prisma concettuale che consenta di spiegare come si siano formati il regime di Israele e le relazioni etniche che lo caratterizzano. L'esame teorico ed empirico del regime israeliano mi porta ad affermare che esso andrebbe classificato come «etnocrazia». Il mio saggio parte da una descrizione teorica dei regimi etnocratici, che non sono né autoritari né democratici. Tali regimi sono Stati che conservano una forma di governo relativamente aperta, favorendo tuttavia il sequestro non-democratico del paese e della comunità politica da parte di un solo gruppo etnico . Passa quindi a elaborare una distinzione concettuale chiave tra regimi etnocratici e democratici. Le etnocrazie, pur mostrando numerosi tratti democratici, mancano di una struttura democratica. Esse tendono pertanto a venir meno ad alcune prerogative democratiche fondamentali: la pari cittadinanza, l'esistenza di una comunità politica territoriale (il demos), il suffragio universale, e la tutela dalla tirannia della maggioranza. L'analisi teorica procede con la descrizione del farsi dell'etnocrazia israeliana, concentrandosi in particolare sul nucleo centrale del progetto sionista: la giudaizzazione di Israele-Palestina. Il predominio del progetto della giudaizzazione ha generato una struttura istituzionale e politica che mina la percezione diffusa che Israele sia al contempo ebraico e democratico. Il processo di giudaizzazione costituisce inoltre un asse fondamentale per spiegare i rapporti tra le tante etnoclassi ebraiche e arabe. Le sezioni empiriche del testo esaminano le conseguenze del progetto etnocratico di giudaizzazione sulle tre principali divisioni in seno alla società israeliana: arabi/ebrei, askenaziti/sefarditi, e laici/ortodossi. L'analisi che segue pone una particolare enfasi sulla geografia politica di Israele. Questa prospettiva richiama l'attenzione sul contesto materiale del cambiamento geografico, affermando che discorso e spazio si costituiscono reciprocamente in un incessante processo di costruzione sociale. La prospettiva critica politico-geografica problematizza questioni che tra gli analisti di Israele vengono spesso date per scontate, per esempio insediamenti, separazione, confini, sovranità. Essa mira dunque a integrare altre analisi critiche della società israeliana.
Teorizzare l'etnocrazia La teorizzazione dell'etnocrazia si rifà alle principali forze politiche e storiche che hanno modellato le politiche e il territorio di questo regime. Al centro di tale analisi vi sono tre importanti processi storico-politici: a) la formazione di una società colonizzatrice (coloniale), b) il potere di mobilitazione dell'etnonazionalismo e e) la «logica etnica» del capitale . In Israele-Palestina la fusione di queste tre forze chiave ha portato alla creazione dell'etnocrazia israeliana e ne ha determinato i tratti specifici. L'instaurarsi di una etnocrazia non è tuttavia un fenomeno che riguarda solo Israele. Lo si incontra ogni volta che un'etnonazione cerca di espandere o conservare il proprio eccessivo controllo su territori contesi e su una o più nazioni rivali. Generalmente questo sistema politico finisce per dare vita anche a una stratificazione di etnoclassi all'interno di ciascuna nazione. La lista dei casi degni di nota include Malesia, Sri Lanka, Estonia, Lituania, Irlanda del Nord (pre-1971) e Serbia. Ma torniamo brevemente alle tre forze strutturali appena identificate.
Una società colonizzatrice Le società colonizzatrici, come la comunità ebraica in Israele-Palestina, portano avanti una deliberata strategia di migrazione e insediamento etnici che mira ad alterare la struttura etnica del paese. Le società colonizzatrici coloniali hanno tradizionalmente favorito la migrazione europea in altri continenti, e legittimato lo sfruttamento del suolo, della manodopera e delle riserve naturali locali. Altre società colonizzatrici, soprattutto non europee, creano migrazioni e insediamenti interni al fine di modificare l'equilibrio demografico di specifiche regioni. In ogni tipo di società colonizzatrice si sviluppa una «cultura della frontiera», che glorifica e incrementa la colonizzazione ed estende il controllo del gruppo dominante alle regioni vicine . Vi è un tipo comune di società colonial-colonizzatrice, descritto come «pura colonia di insediamento», che è stato presentato come il più appropriato al caso israeliano-sionista. Nuovi studi hanno rivelato che le società colonizzatrici «pure» sono in genere caratterizzate da un'ampia stratificazione in tre principali etnoclassi: a) il gruppo fondatore privilegiato, per esempio gli anglo-protestanti in America del Nord e in Australia; b) il gruppo successivo di migranti, per esempio gli europei meridionali in America del Nord; e e) i gruppi indigeni espropriati, per esempio gli aborigeni in Australia, i maori in Nuova Zelanda, i nativi americani in America del Nord e i palestinesi in Israele-Palestina. Il gruppo privilegiato dà vita allo Stato in base a una «propria visione», istituzionalizza il proprio dominio e crea un sistema che lo separa dalle altre etnoclassi. Controllo e divisione, tuttavia, non seguono un modello paritario, poiché i nuovi immigranti sono gradualmente assimilati nel gruppo dominante attraverso quello che Soysal ha definito un processo di «incorporazione disuguale». Di norma tale sistema riproduce per generazioni il dominio del gruppo privilegiato. La formazione di società colonizzatrici «pure» mette in evidenza l'importanza politica ed economica dei vincoli etnici extraterritoriali, che sono cruciali per il successo della maggior parte dei progetti coloniali. In genere essi connettono la società colonizzatrice a uno Stato metropolitano co-etnico o a diaspore etniche di sostegno. Come si vedrà più avanti, i vincoli etnici extraterritoriali sono uno dei tratti peculiari delle etnocrazie. Per mantenere il proprio dominio sui gruppi di minoranza, tali regimi fanno massicciamente affidamento su un meccanismo chiave: il sostegno e l'immigrazione da bacini etnici esterni. La logica etnica del capitale La terza forza strutturale che agisce sulla geografia politica di Israele-Palestina e sulla natura del suo regime è stata associata al nascente capitalismo e ai suoi effetti etnici e sociali. Costituirsi di una società colonizzatrice ed etnonazionalismo concorrono a creare una specifica logica di flusso di capitale, di sviluppo e di formazione di classe soprattutto su due piani. In primo luogo i mercati del lavoro e lo sviluppo sono segmentati su base etnica. Si crea così una struttura etnica di classe che tende ad accordarsi con la gerarchla fondatori-immigranti-indigeni già ricordata. Generalmente il gruppo dominante occupa nicchie di privilegio in seno al mercato del lavoro, mentre gli immigranti, quantomeno inizialmente, sono emarginati dai centri del potere economico, e rientrano dunque nei ranghi della classe operaia o della piccola borghesia. La popolazione indigena è di norma esclusa da ogni accesso al capitale o da qualsiasi forma di mobilità all'interno del mercato del lavoro, ed è dunque di fatto «rinchiusa» nel sottoproletariato . In secondo luogo, l'accelerata globalizzazione dei mercati e del capitale hanno indebolito il potere economico dello Stato. Ciò si è accompagnato all'adozione di politiche neoliberiste, che hanno prodotto la deregolamentazione delle attività economiche e la privatizzazione di molte funzioni pubbliche. Per lo più queste forze hanno allargato il divario socioeconomico tra le etnoclassi dei privilegiati, dei migranti e degli indigeni. Non è tuttavia escluso che, a fronte dell'instaurarsi di un etnonazionalismo militante, oggi prevalente in Israele-Palestina, la globalizzazione del capitale e il conseguente proliferare di organizzazioni commerciali sovranazionali possano anche mettere un freno all'etnonazionalismo e all'espansionismo, in precedenza alimentati da rivalità etniche territoriali. Particolarmente significativa in questo processo è la globalizzazione delle classi dirigenti all'interno dell'etnonazione dominante, che è sempre più alla ricerca di opportunità e mobilità nel quadro di una economia regionale e globale più aperta e accessibile. Viene dunque alla luce un evidente contrasto tra globale e locale, che potrebbe intensificare le tensioni intranazionali, e al contempo alleviare i conflitti internazionali, come si è visto di recente in Sudafrica, Spagna e Irlanda del Nord.
Etnocrazia La fusione delle tre forze - società colonizzatrice, etnonazionalismo e logica etnica del capitale - crea un regime-tipo che ho definito «etnocrazia». Una etnocrazia è un regime non democratico che cerca di stendere o conservare uno sproporzionato controllo etnico sul territorio multietnico conteso. L'etnocrazia si sviluppa per lo più quando il controllo sul territorio è minacciato, e quando il gruppo dominante è abbastanza forte da determinare unilateralmente la natura dello Stato. L'etnocrazia è pertanto un regime instabile, in cui le forze avverse dell'espansionismo e della resistenza sono perennemente in conflitto . Un regime etnocratico è caratterizzato da una serie di principi chiave: a) malgrado i numerosi tratti democratici, è l'etnicità (non la cittadinanza territoriale) a stabilire l'assegnazione dei diritti e dei privilegi; la politica è caratterizzata da una costante tensione democratico-etnocratica; b) i confini dello Stato e le frontiere politiche sono sfocati: non vi è un demos identificabile. Ciò è dovuto soprattutto al ruolo delle diaspore etniche all'interno della comunità politica e alla posizione di inferiorità delle minoranze etniche; c) il dominante gruppo etnico «fondatore» si impadronisce dell'apparato dello Stato, decide gran parte delle politiche pubbliche e si separa dagli altri gruppi; d) divisione e stratificazione politica, residenziale ed economica si manifestano su due livelli essenziali: etnonazioni ed etnoclassi; e) la logica costitutiva della segregazione etnonazionale e pervasiva, il che incrementa il processo di etnicizzazione politica tra i sottogruppi interni a ciascuna etnonazione; f) i membri della minoranza etnonazionale godono di significativi (benché parziali) diritti civili e politici, il che distingue le etnocrazie dalle democrazie Herrenvolk o dai regimi autoritari. I regimi etnocratici sono di consueto sostenuti da un apparato culturale e ideologico che legittima e rinforza una realtà sperequata, dando vita a una narrazione storica che proclama l'etnonazione dominante unico proprietario legittimo del territorio in questione. Tale narrazione degrada tutti gli altri contendenti, non riconoscendo loro alcun diritto storico, o merito culturale, rispetto al controllo della terra e al conseguimento della parità politica. Un ulteriore dispositivo di legittimazione è il mantenimento di un'apertura selettiva. Al loro interno non è infrequente che i regimi etnocratici, e in particolare le società colonizzatrici, diano vita a istituzioni democratiche. Ciò contribuisce infatti a legittimare l'intero progetto coloniale, la leadership dell'etnoclasse dominante, e l'assimilazione dei nuovi immigranti. Abitualmente, però, tali istituzioni democratiche escludono le minoranze indigene o rivali. O in forma ufficiale, come è successo in Australia fino al 1967, o, più sottilmente, lasciandole fuori dagli ambiti decisionali, come nel caso dello Sri Lanka. All'esterno, l'apertura selettiva è fissata come principio delle relazioni con l'estero e della partecipazione alle organizzazioni internazionali. Ciò ha acquistato particolare importanza con la crescente apertura dell'economia mondiale e la creazione di organizzazioni sovranazionali, quali l'UE (Unione Europea) e il NAFTA (North American Free Trade Agreement). Farne parte spesso richiede quanto meno l'apparenza di regimi aperti, e in genere le etnocrazie ottemperano a questo requisito. In presenza di tali potenti forze di legittimazione, i progetti etnocratici godono di solito di uno status egemonico che si origina all'interno del gruppo dominante e si diffonde con successo tra la popolazione. Il momento egemonico, nella convincente formulazione fornitane da Gramsci, è segnato dalla fusione distorta eppure ampiamente accettata di un determinato insieme di principi e di pratiche. Si tratta di un ordine dominato da una determinata struttura sociale, in grado di impregnare del proprio concetto di realtà i gusti, la moralità, i costumi e i principi politici della maggioranza. Dato il potere economico, politico e culturale delle élites, l'ordine egemonico ha buone probabilità di riprodursi a meno che gravi contraddizioni con «realtà ostinate» non generino mobilitazioni controegemoniche. (...) Il farsi dell'etnocrazia: la giudaizzazione di Israele-Palestina L'analisi del regime israeliano proposta in queste pagine copre l'intero territorio e il totale della popolazione sotto il governo di Israele. Prima del 1967 si limita quindi all'area compresa entro la Linea verde (la linea di confine definita dall'armistizio del 1949), ma dopo quella data copre l'insieme di Israele-Palestina, ovvero ciò che Kimmerling ha chiamato il «sistema di controllo israeliano». Se nelle ricerche su Israele i Territori occupati sono spesso trattati come un'aberrazione esterna e temporanea, in queste pagine li si considera parte integrante del regime israeliano, per la semplice ragione che Israele governa su queste aree. La situazione non sembra essere cambiata neppure dopo gli accordi di Oslo del 1993, poiché le aree affidate al pur limitato autogoverno palestinese sono sotto il controllo complessivo di Israele. Il quadro politico-geografico appropriato per l'analisi di Israele-Palestina a partire dal 1967 è dunque: una etnocrazia, due etnonazioni e diverse etnoclassi ebraiche e palestinesi . Gli ebrei sono circa l'80 per cento dei 5,9 milioni di cittadini di Israele e gli arabi palestinesi circa il 17 per cento (il rimanente 3 per cento è costituito da non-ebrei e non-arabi). Altri 2,7 milioni di palestinesi risiedono nei territori occupati della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Sicché, la popolazione dell'intera, contesa, Terra di Israele» (Palestina) è composta approssimativamente di un 55 per cento di ebrei e un 43 per cento di arabi palestinesi. La divisione etnica e religiosa è inoltre considerevole anche all'interno di ciascuna comunità nazionale. Circa un 41 per cento di ebrei sono askenaziti e approssimativamente un 43 per cento sefarditi. Il rimanente 16 per cento è composto principalmente da nuovi immigranti di lingua russa, per lo più di origine europea, che formano, almeno sul breve periodo, un distinto gruppo etnoculturale. Degli arabi palestinesi in Israele, il 77 per cento sono musulmani (di cui un quinto beduini), il 13 per cento cristiani e il io per cento drusi. Nei Territori occupati, il 95 per cento sono musulmani e il 4 per cento cristiani. Tanto in seno alla comunità ebraica quanto in seno a quella musulmana, si è sviluppata poi una grossa divisione culturale tra gruppi ortodossi e gruppi laici. Un 20 per cento circa di ebrei è ortodosso, così come un 30 per cento dei musulmani da entrambe le parti della Linea verde. Il sionismo è stato un movimento colonizzatore, e Israele uno Stato colonizzatore, il cui territorio era precedentemente abitato da arabi palestinesi. Nonostante le notevoli differenze rispetto ad altri movimenti coloniali, il reale processo di colonizzazione europea classifica il sionismo (sia prima sia dopo il 1948) come un movimento colonizzatore «puro». Dopo l'indipendenza e successivamente all'ingresso massificato di rifugiati e immigranti ebrei, è emersa una cospicua stratificazione sociale. In termini generali, gli askenaziti hanno costituito il gruppo fondatore e occupato i gradini superiori della società in molte sfere, dall'ambito politico a quello militare, dal mercato del lavoro alla cultura. I sefarditi sono stati il grosso della migrazione successiva, accompagnati di recente dal gruppo di lingua russa e da un piccolo contingente di ebrei etiopici. Questi gruppi occupano una posizione intermedia, arretrata rispetto agli askenaziti, ma al di sopra degli arabi palestinesi indigeni. Stranamente, e malgrado l'ideologia ufficiale di integrazione e parità nei confronti dei sefarditi, tra loro e il gruppo askenazita il divario socioeconomico non accenna a scomparire. Com'è tipico delle società colonizzatrici, la minoranza indigena araba ha occupato fin dal principio gli strati inferiori pressoché in ogni sfera della vita israeliana, ed è stata praticamente esclusa dai centri politici, culturali ed economici della società. Dopo la conquista dei Territori occupati nel 1967, i palestinesi residenti in quelle aree sono stati parzialmente incorporati nell'economia di Israele, per lo più come braccianti a giornata, ma si sono visti negare ogni diritto politico e civile .
Uno Stato ebraico Israele si è annunciato come «Stato ebraico» al momento della sua dichiarazione di indipendenza nel 1948. Per certi versi, la dichiarazione di indipendenza era discretamente liberale, poiché prometteva ai non ebrei «cittadinanza piena e paritaria» e bandiva ogni forma di discriminazione per motivi religiosi, etnici, di genere o credo. Le istituzioni politiche centrali del nuovo Stato si sono date forme democratiche, tra cui un parlamento rappresentativo (la Knesset), elezioni periodiche, un sistema giudiziario indipendente e mezzi di informazione relativamente liberi. Con il passare degli anni, tuttavia, una serie di leggi incrementali ha consolidato tanto sul piano etnico quanto su quello religioso il carattere ebraico dello Stato (e non il suo carattere israeliano, come i vigenti standard internazionali di autodeterminazione richiederebbero). Si vedano in primo luogo le leggi dello Stato sulla migrazione (Legge del ritorno e della cittadinanza), che hanno fatto di ogni ebreo del mondo un potenziale cittadino, negando al contempo tale possibilità ai tanti palestinesi nati nel paese. Altre leggi hanno ulteriormente consolidato il carattere ebraico dello Stato non solo sul piano simbolico, ma come realtà concreta e crescente che copre aree come la cittadinanza, l'istruzione, la comunicazione, il possesso della terra. Come la Corte suprema di giustizia israeliana ha dichiarato nel 1964, in quello che è passato alla stona come caso Yerdor, «l'ebraicità di Israele è un dato costituzionale». Nel 1985, tra gli emendamenti apportati alla Legge fondamentale dalla Knesset, ve n'è uno che stabilisce che solo i partiti che accettino la definizione di Israele come Stato del popolo ebraico possono candidarsi alle elezioni. La combinazione di queste leggi ha creato una struttura pressoché impermeabile a qualsiasi tentativo democratico di cambiarne il carattere sionista. Durante gli anni novanta due leggi fondamentali della Knesset hanno definito lo Stato «ebraico e democratico», preservando ulteriormente il carattere ebraico dello Stato, e tuttavia accoppiandolo a un impegno democratico. Come si vedrà più avanti, tale accoppiamento è problematico non come principio astratto, ma in rapporto alla realtà corrente della giudaizzazione, che ha unilateralmente ristrutturato la natura dello Stato attraverso l'immigrazione e la politica della terra. Tale trasformazione è stata sostenuta dai bracci monoetnici dello Stato: esercito, polizia, magistratura, istituzioni economiche, agenzie di sviluppo e buona parte dei centri decisionali. Di conseguenza, l'ostacolo principale alla democrazia israeliana non sta necessariamente nel fatto che Israele si dichiari «Stato ebraico», cosa che ha dei punti di contatto con la posizione giuridica di «Stato luterano» della Finlandia o di «Stato anglicano» dell'Inghilterra. Il problema centrale sta nei processi speculari di giudaizzazione e de-arabizzazione (vale a dire, espropriazione degli arabi palestinesi) agevolati e legittimati dalla dichiarata «ebraicità» dello Stato di Israele, e dalle strutture giuridiche e politiche etnocratiche che ne sono il risultato. Ma passiamo ora a esplorare più nel dettaglio la dinamica geografia politica che è a monte dell'etnocrazia israeliana . Giudaizzare la patria Dopo l'indipendenza, Israele è entrato in una fase di radicale ristrutturazione territoriale. Certe linee di condotta politica e certe iniziative altro non sono che una estensione di vecchi orientamenti ebraici, ma le tattiche, le strategie e la costruzione culturale etnocentrica dello yishuv (comunità) ebraico pre-1948 si sono notevolmente intensificate. Ciò è stato possibile grazie al sostegno dell'apparato statale appena acquisito e delle forze armate, nonché al riconoscimento internazionale della sovranità nazionale. La ristrutturazione territoriale del paese ha fatto perno sul duplice programma espansionista di giudaizzazione e dearabizzazione adottato dal nascente Stato israeliano. Tutto è cominciato con la fuga e l'espulsione di circa 750.000 palestinesi durante la guerra del 1948. Israele impedì il ritorno dei rifugiati ai loro villaggi, che furono rapidamente demoliti. Le autorità non persero tempo e riempirono i «vuoti» creati da tale involontario esodo con insediamenti ebraici popolati da immigranti e rifugiati entrati en masse nel paese durante i tardi anni quaranta e i primi anni cinquanta. Il programma di giudaizzazione si fondava su un mito egemonico coltivato sin dalla nascita del sionismo: la «terra» (haaretz) appartiene al popolo ebraico, e solo al popolo ebraico. Per «indigenizzare» velocemente gli immigranti ebrei e occultare, svilire o rendere marginale il passato palestinese si diede vita a una forma esclusiva di etnonazionalismo colonizzatore. La «frontiera» divenne una icona centrale, e la sua colonizzazione fu considerata uno degli esiti più alti di ogni sionismo. I kibbutzim di frontiera (villaggi rurali comunitari) funsero da modello, e la rinascente lingua ebraica si riempì di immagini positive quali la aliyah lakaraka (letteralmente «ascesa alla terra», vale a dire colonizzazione), geulat karka (redenzione della terra), hityashvut, hitnakhalut (termini biblici positivi per colonizzazione ebraica), kibush hashmamah (conquista del deserto) e hagshamah (alla lettera «compimento», ma nell'accezione di colonizzazione della frontiera). La glorificazione della frontiera servì dunque tanto a costruire l'identità nazionale ebraica, quanto a confiscare lo spazio fisico su cui tale identità potesse costruirsi territorialmente. Tali sentimenti si tradussero in un pervasivo programma di socializzazione territoriale ebraico-sionista, che si esprimeva nei curricula scolastici, nel discorso politico, nella musica popolare e in altre sfere del discorso pubblico. La colonizzazione continuò pertanto a essere una pietra angolare della costruzione nazionale sionista, persino una volta che si fu costituito uno Stato ebraico sovrano. Effettivamente, il «ritorno» degli ebrei alla mitica terra dei loro avi e la percezione di questa terra come porto sicuro dopo generazioni di persecuzioni ebbero un significato potente e liberatorio. I lati più oscuri del progetto erano, però, quasi totalmente assenti dalla costruzione di un «ritorno» non problematico degli ebrei allo loro biblica Terra promessa. Pochissime furono le voci di dissenso che si levarono contro i discorsi, le politiche o le pratiche giudaizzanti. Se tale dissenso si manifestò, le élites nazionali ebraiche trovarono sistemi efficaci per emarginare, cooptare o imbavagliare buona parte dei contestatori. Sicché, il 1948 andrebbe considerato un momento di svolta politica decisiva, non solo perché dette origine a uno Stato che si dichiarava democratico, ma anche perché avviò un progetto di giudaizzazione orchestrato dallo Stato e sostanzialmente non democratico. Sulla medesima terra si sono dunque sviluppati due processi paralleli: la costituzione manifesta di istituzioni e procedure democratiche, e una più occulta, e tuttavia sistematica e coercitiva, confisca del territorio da parte del gruppo etnico dominante. La contraddizione tra i due processi fa sorgere qualche dubbio sulla definizione di Israele come democrazia adottata dagli studiosi. Ma su questo punto torneremo più avanti . A monte dell'idea che la terra fosse solo degli ebrei vi era il distorto discorso nazionale dell'« esilio forzato» e del conseguente «ritorno». Un discorso analogo si è sviluppato in risposta al conflitto arabo-ebraico (e al negazionismo arabo), trasformando le esigenze della sicurezza nazionale in un indiscusso vangelo. Questi discorsi ci hanno resi ciechi di fronte alle politiche discriminatorie inflitte ai cittadini palestinesi di Israele: l'imposizione di un dominio militare, il mancato sviluppo economico o sociale, la sorveglianza e l'insufficiente rappresentanza politica e - ciò che più conta ai fini della mia analisi - la confisca su larga scala di terra palestinese. Prima del 1948, solo un 7-8 per cento del paese era in mani ebraiche, e circa il 10 per cento era conferito al rappresentante del mandato britannico. Lo Stato di Israele, tuttavia, ha ampliato rapidamente le sue proprietà terriere, e oggi possiede o controlla il 93 per cento dell'area compresa entro la Linea verde. Se in questo passaggio Israele ha avuto la parte del leone è stato grazie all'esproprio dei beni dei rifugiati palestinesi. Tuttavia anche due terzi circa della terra appartenente ai palestinesi rimasti come cittadini di Israele sono stati espropriati. Attualmente gli arabi palestinesi, che rappresentano circa il 17 per cento della popolazione di Israele, possiedono solo il 3 per cento della terra, mentre le aree da loro amministrate coprono il 2,5 per cento del paese . Un aspetto centrale di questo processo è la sua unidirezionalità giuridica. Israele ha creato un sistema istituzionale e legale in base al quale le terre confiscate non possono essere vendute. Esse, inoltre, non diventano semplicemente di proprietà dello Stato, ma si trasformano in bene condiviso dello Stato e dell'intero popolo di Israele. Strumentali rispetto a questo progetto sono state una serie di organizzazioni extraterritoriali, quali il Fondo nazionale ebraico, l'Agenzia ebraica, e la Federazione sionista, cui è stata conferita una parte dei poteri sovrani dello Stato e una notevole autorità in campi specifici come terra, sviluppo e colonizzazione. Il passaggio della terra nelle mani di impenetrabili enti rappresentativi del «popolo ebraico» può essere paragonato a un «buco nero», in cui la terra araba entra senza poterne essere recuperata. Tale struttura assicura il carattere unidirezionale di tutti i trapassi di terra: da mani palestinesi a mani ebraiche, e mai viceversa. Una espressione assoluta di questo impianto legale e istituzionale è che ai cittadini arabi israeliani è oggi vietato acquistare, affittare o utilizzare terra in circa l'8o per cento del paese . Si può ragionevolmente presumere che le costituzioni di buona parte dei paesi democratici dichiarerebbero illegale una violazione così spudorata della parità di diritti civili. Ma per via del suo carattere di Stato che mira alla giudaizzazione, Israele non ha finora voluto darsi una costituzione che garantirebbe tali diritti. Durante gli anni cinquanta e sessanta, e successivamente al trasferimento della terra allo Stato, sono sorti un po' ovunque oltre seicento insediamenti ebraici. Ciò ha creato l'infrastruttura necessaria a ospitare gli ebrei rifugiati e immigranti, che continuano a riversarsi nel paese. Il risultato finale è stato il seguente: gli ebrei sono penetrati in buona parte delle aree arabe, la maggior parte dei villaggi arabi è stata accerchiata da insediamenti esclusivamente ebraici (dove ai non ebrei non è consentito comprare spazi abitativi), e la minoranza araba è stata praticamente ghettizzata.
Colonizzazione e segregazione intra-ebraica Passiamo ora alla questione delle etnoclassi. Al di là delle sue ovvie conseguenze sul piano etnonazionale, il progetto di colonizzazione ebraica ha causato anche processi di segregazione e stratificazione tra le etnoclassi ebraiche. Si tratta di un aspetto chiave per capire che tipo di relazioni intercorrano tra le varie etnoclassi ebraiche, e in particolare tra askenaziti e sefarditi. In particolare, non si dice che le relazioni tra gruppi etnici ebraici sono antidemocratiche, bensì che la natura etnocratico-colonizzatrice dei rapporti tra ebrei e palestinesi ha influenzato negativamente i rapporti tra ebrei. Per illustrare la geografia di questi processi, delineiamo più nel dettaglio la natura sociale ed etnica del progetto di colonizzazione ebraica, che si è sviluppata in tre ondate principali. Durante la prima ondata, tra il 1949 e il 1952, furono costruiti circa 240 villaggi comunitari (kibbutzim e moshavim), per lo più lungo la Linea verde. Durante la seconda ondata, dai primi anni cinquanta alla metà degli anni sessanta, furono edificati 27 «complessi urbani» e altri 56 villaggi. Vi andarono a vivere, in genere perché vi furono costretti, soprattutto ebrei rifugiati o immigrati dall'Africa del Nord. Nello stesso periodo folti gruppi di sefarditi vennero a loro volta collocati in zone urbane «di frontiera», in precedenza palestinesi o adiacenti ad aree palestinesi. Date le modeste risorse economiche della maggior parte dei sefarditi, la loro cultura così simile a quella del nemico e la mancanza di legami con le élites israeliane, i complessi urbani e i «quartieri» divennero rapidamente, e sono tuttora, concentramenti separati di popolazioni sefardite segregate, povere e deprivate. Questa geografia della dipendenza, raggiunta in nome della giudaizzazione del paese, ha determinato e continua a determinare l'evoluzione dei rapporti tra askenaziti e sefarditi. La terza ondata, nel corso degli ultimi vent'anni, ha visto sorgere su entrambi i lati della Linea verde oltre 150 piccoli insediamenti non urbani noti come insediamenti «comunitari» o «privati» (yishuvim kehilatiyim). Si tratta di piccoli quartieri di tipo suburbano, posti al centro delle aree di qua e di là della Linea verde. La loro creazione è stata presentata al pubblico come rinnovato tentativo di giudaizzare le ostili frontiere di Israele, usando la tipica retorica della sicurezza nazionale, della minaccia araba alla terra dello Stato, o di un possibile manifestarsi del secessionismo arabo. Agli insediamenti ebraici nei Tenitori occupati si è data poi una giustificazione logica aggiuntiva, in riferimento al ritorno degli ebrei ad antichi luoghi biblici e alla creazione di una «profondità strategica». Tuttavia, benché nel discorso sionista ci sia una evidente continuità, questi insediamenti sono caratterizzati da una sostanziale novità. Essi hanno spezzato, per la prima volta, i confini internazionalmente riconosciuti di Israele, un argomento su cui torneremo. Dal punto di vista sociale, chi si è trasferito in queste località residenziali di alto profilo sono stati principalmente gli askenaziti di classe media delle periferie residenziali, desiderosi di migliorare la propria situazione abitativa e il proprio status sociale. In questi ultimi anni, la colonizzazione urbana ebraica in Cisgiordania si è accompagnata alla continua costruzione ed espansione di piccoli insediamenti kehilati. Sempre più queste città hanno accolto ebrei nazional-religiosi e ultraortodossi . Le differenti ondate colonizzatrici sono state contrassegnate da una segregazione sociale e istituzionale sanzionata e incrementata dalle politiche statali. Si è escogitato e messo in atto un ampio spettro di meccanismi mirati non solo a mantenere in vita schemi inespugnabili di segregazione tra arabi ed ebrei, ma anche a tracciare linee di demarcazione piuttosto rigide tra le varie etnoclassi ebraiche. Tra i meccanismi di separazione basti ricordare la fissazione dei confini delle amministrazioni locali e dei distretti scolastici, la fornitura di servizi pubblici distinti e disuguali (specialmente in campo scolastico e abitativo), lo sviluppo di economie ampiamente separate, l'organizzazione di diversi tipi di orientamento nei diversi «movimenti colonizzatori» di dimensioni statali, e la disuguale allocazione di terra su base settoriale. Il risultato è che si sono creati spazi ebraici «stratificati» e differenziati, con bassi livelli di contatto tra le varie etnoclassi. Ciò è servito a riprodurre disuguaglianze e identità collettive in competizione tra loro. Consentendo a una grossa parte degli insediamenti ebraici (costruiti sul suolo pubblico!) di filtrare i propri residenti attraverso test di «idoneità abitativa», si è limitata la possibilità di scavalcare le linee di confine. Tale pratica ha, come si poteva prevedere, prodotto comunità dominate da askenaziti di classe media. Quantomeno parte della frammentazione e dell'ostilità di etnoclasse oggi evidenti nella società israeliana può dunque essere fatta risalire al sistema colonizzatore giudaizzante e alla sua segregazione istituzionalizzata. In questo processo si può vedere all'opera anche la logica etnica del capitale che, come si è già osservato, è una delle principali forze che modellano i rapporti sociali nelle etnocrazie. Lo sviluppo ha seguito da presso il modello di etnoclasse prevalente nella società israeliana. Ciò ha creato le condizioni spaziali per la riproduzione del «divario etnico» tra askenaziti e sefarditi, grazie a meccanismi funzionanti su base territoriale quali la scuola, il controllo della terra, la casa, le reti sociali, gli stigmi locali e l'accessibilità di servizi e opportunità.
Democrazia o etnocrazia? Come si è visto, un'analisi politico-geografica della terra ebraica e delle politiche colonizzatrici mette in evidenza tre fattori chiave, spesso trascurati in altre interpretazioni della società israeliana: a) il regime israeliano ha agevolato un costante processo di espansione del controllo ebraico sul territorio di Israele-Palestina; b) Israele è uno Stato e una comunità politica senza confini definiti; e) l'organizzazione dello spazio sociale del paese si basa su una divisione etnica pervasiva e sbilanciata. A partire da queste tre constatazioni, sono portato a non dare per scontato che Israele sia una democrazia. Sosterrei piuttosto che la comunità politica sia governata da un regime etnocratico, così come lo si è definito in precedenza. Si tratta di un governo del e per il gruppo etnico in espansione, entro lo Stato e al di là dei suoi confini, che non è né democratico né autoritario. La democrazia, d'altro canto, è un regime che segue vari principi fondamentali: dalla parità dei diritti civili, tra cui il diritto di cittadinanza, alle elezioni periodiche e libere, dal suffragio universale alla separazione tra i bracci dello Stato, dalla difesa degli individui e delle minoranze rispetto alla maggioranza a un adeguato livello di apertura e di etica pubblica del governo. Un fattore che spesso gli analisti ufficiali danno per scontato (ma che, nel caso di Israele, è ben lontano dall'essere ovvio) è che lo Stato territoriale e la sua comunità politica debbano essere provvisti di confini definiti. La creazione di uno Stato come entità giuridico-territoriale si fonda sulla esistenza di tali confini, senza i quali la legge della terra e l'attività di istituzioni democratiche non possono imporsi universalmente, minando quindi il funzionamento di procedure democratiche inclusive e paritarie. Il che ci riporta alla questione dei confini e delle frontiere di Israele. Come si è visto, il sistema ebraico di regolamentazione della proprietà della terra e del suo sviluppo, così come la geografia della colonizzazione della frontiera hanno minato la natura giuridico-territoriale dello Stato. Organizzazioni che hanno la propria base nella diaspora ebraica sono in possesso di poteri statutari in Israele-Palestina. Gli ebrei del mondo sono coinvolti nella politica di Israele anche in altri modi significativi, per esempio attraverso grosse donazioni a partiti e uomini politici, una influenza aperta e pubblica sulle decisioni politiche e sulla definizione dei programmi statali, nonché attraverso un'attività di lobby per conto dei politici israeliani nei fon internazionali, specialmente negli Stati Uniti sicché in Israele i gruppi ebraici extraterritoriali (non cittadini) hanno accumulato un potere politico che non ha eguali in nessuno Stato democratico. Si tratta di un fattore strutturale antidemocratico conforme alle prerogative dei regimi etnocratici . Come si è detto, l'insediamento ebraico nei Tenitori occupati ha infranto anche la Linea verde (il confine internazionalmente riconosciuto di Israele prima del 1967), togliendole ogni valore di confine. In questo preciso momento, nei tenitori (al-Quds o Gerusalemme Est compresa) risiedono circa 340000 ebrei israeliani, e la legge israeliana è stata unilateralmente estesa a tutti gli insediamenti. La Linea verde si è trasformata in un meccanismo geografico di divisione dei palestinesi (cittadini da non cittadini), ma non degli ebrei. La combinazione dei due fattori significa che «Israele», come entità politico-democratica definibile, semplicemente non esiste. Il potere legale e politico di enti (ebraici) extraterritoriali e la violazione dei confini statali svuota il concetto di Israele del significato comunemente accettato di Stato come istituzione giuridico-tenitoriale. Che la maggior parte dei testi socioscientifici (tra cui alcuni miei lavori passati) e i mezzi di informazione adottino in modo aproblematico la formula «vero e proprio Israele» nasce dunque da una designazione erronea. Tenuto conto della realtà, Israele semplicemente non ottempera al requisito fondamentale della democrazia: l'esistenza del demos. Il demos, così com'è definito nell'antica Grecia, denota l'insieme complessivo dei cittadini entro determinati confini. Si tratta di un principio organizzatore in competizione con ethnos, che denota l'origine comune. Il termine democrazia significa perciò governo del demos, e la sua moderna applicazione punta a far coincidere residenza permanente nello Stato e parità di diritti politici come condizione democratica necessaria. Come si è visto, la struttura politica di Israele e l'attività colonizzatrice hanno escluso la rilevanza di tali confini, minando nei fatti l'esistenza del suffragio universale (dato che i coloni possono votare per il loro parlamento, ma non così i loro vicini palestinesi). Il senso di questa osservazione risulta chiaro dalle elezioni israeliane del 1996: se il conteggio delle schede avesse riguardato solo il «vero e proprio Israele», Shimon Peres avrebbe battuto Netanyahu con un margine di oltre il 5 per cento dei voti. La vittoria di Netanyahu si è quindi basata sui voti degli ebrei dei Territori occupati (vale a dire, fuori da Israele), come era successo nel 1981, nel 1984 e nel 1988 con la vittoria del Likud. Il coinvolgimento dei coloni nella politica israeliana va ovviamente ben al di là del semplice impegno elettorale. Sono rappresentati da 14 mèmbri della Knesset (su 120), quattro ministri al governo, e occupano una serie di posti chiave in politica, nelle forze armate e in ambito accademico. Uno dei requisiti fondamentali per la democratizzazione dello Stato israeliano è dunque di trasformarsi non solo in Stato di tutti i suoi cittadini (come chiedono quasi tutti i gruppi non sionisti), ma in Stato di tutti i suoi cittadini-residenti, e di nessun altro. È il solo modo di assicurarsi che enti extraterritoriali e politicamente impenetrabili, quali l'Agenzia ebraica, il Fondo nazionale ebraico e i coloni ebrei dei Territori occupati, non incidano indebitamente sul territorio sovrano dello Stato. Questo principio dovrebbe dare fondamenta adeguate a un esercizio democratico del potere, in nome e da parte del demos politico dello Stato. Al di là della spinosa questione dei confini, nel corso della storia politica di Israele gli impedimenti sostanziali allo sviluppo di un sano regime democratico sono stati vari: altissimo livello di centralismo, relativa mancanza di responsabilità politica, debolezza del sistema giudiziario, militarismo diffuso, predominio maschile e conseguente discriminazione nei confronti delle donne in quasi ogni sfera della vita, indissolubilità di religione e Stato. Il poco spazio a disposizione mi permette di approfondire solo quest'ultimo punto.
Etnocrazia o teocrazia? Alcuni studiosi sostengono che la crescente influenza dei gruppi ebraico-ortodossi sulla politica di Israele stia portando il paese verso un regime teocratico, e non etnocratico. Eppure il programma ortodosso pare compatibile con il progetto etnocratico ebraico, dal momento che i gruppi ortodossi assumono il dominio dell'ethnos ebraico come dato di partenza, e tendono essenzialmente ad approfondirne la religiosità. In tal senso, la loro campagna mira a cambiare la natura dell'etnocrazia israeliana senza metterne in discussione l'esistenza o i confini etnici. Nondimeno, il programma ortodosso è davvero significativo, poiché contribuisce a problematizzare la percezione prevalente che Israele sia uno Stato «ebraico e democratico». Malgrado le sensibili differenze, tutti i partiti ortodossi premono perché in Israele si instauri un regime di stampo religioso (halakha), come dichiarato dal vecchio leader del Partito nazionale religioso, considerato un moderato: «Mi auguro schiettamente che Israele si modelli sullo spirito di Torah e halakha [...] il sistema democratico, per me, non è sacro». Slmilmente, uno dei leaders dello Shas, partito ortodosso anch'esso considerato relativamente moderato, ha dichiarato: «Lavoriamo per creare uno Stato halakha [...] tale Stato garantirebbe la libertà religiosa, ma i tribunali farebbero osservare la legge ebraica [...] noi abbiamo la sacra Torah che contiene un insieme di leggi basato sulla morale, perché mai qualcuno dovrebbe preoccuparsi?» Sebbene le iniziative prese negli ultimi tempi da questi gruppi mirino principalmente a influenzare il carattere delle sfere pubbliche (e non private), vi è una contraddizione fondamentale tra programma ortodosso e non poche delle prerogative essenziali a una democrazia, per esempio il primato della legge, la libertà e l'autonomia individuali, la parità civile e la sovranità popolare. Questa contestazione è per certi versi oscurata dalla duplice interpretazione del giudaismo come fatto etnico e/o religioso. L'interpretazione laica lo vede come essenzialmente etnico o culturale mentre i gruppi ortodossi e ultraortodossi lo considerano come un tutto inseparabile (vale a dire, etnicità e allo stesso tempo religione). Tale dualismo irrisolto è al centro della tensione tra campo laico e campo ebraico ortodosso: se il significato di «ebraico» è ambiguo com'è possibile definire la natura dello « Stato ebraico »? Nel programma degli ortodossi la sfida alla democrazia si è fatta più acuta, perché nel corso degli ultimi dieci anni il campo politico ortodosso è diventato più forte all'interno della scena politica israeliana Nel periodo 1996-99 ha mantenuto saldamente 28 dei 120 seggi della Knesset-.(di cui 23 occupati dai partiti ortodossi e il resto da membri ortodossi di altri partiti). Il campo ortodosso è stato l'ago della bilancia parlamentare per buona parte della storia d'Israele. Il potere crescente dei settori ortodossi è strettamente associato alla geografia politica dello Stato, e al progetto sionista di giudaizzare il paese. I terreni portanti sono quattro. Primo, in Israele tutti i movimenti religiosi, e in particolare Gush Emunim (Blocco della lealtà, la principale organizzazione religiosa ebraica che si sia insediata in Cisgiordania), appoggiano pienamente l'insediamento degli ebrei nei tenitori palestinesi occupati e la occupazione militare di tali aree. Tale insediamento farebbe parte di un imperativo divino basato sull'eterno diritto/dovere ebraico di colonizzare ogni angolo della «Terra promessa». La colonizzazione va realizzata ignorando le aspirazioni dei palestinesi di quei tenitori all'autodeterminazione o alla parità di diritti civili. Va da sé che questo programma mina persino la possibilità di un governo democratico in Israele, e ha già provocato numerose ondate di violenza tra ebrei appartenenti al fronte laico e a quello religioso: si veda l'assassinio del primo ministro Rabin nel 1995. Secondo, ripetuti sondaggi mostrano che a opporsi nel modo più intransigente alla concessione della parità civile ai cittadini arabi di Israele è il pubblico religioso. Il che non significa che l'intero pubblico ortodosso sia ostile al regime democratico, o che abbia vedute politiche omogenee. Ma le ricerche d'opinione, così come le piattaforme di tutte le principali organizzazioni politico-religiose, mettono i valori democratici al di sotto dell'ebraicità dello Stato o del controllo ebraico sull'intero territorio di Israele-Palestina. Terzo, vi è un legame visibile tra il crescente potere dei gruppi ortodossi e la rottura dei confini di Israele. Le analisi e i sondaggi politici mostrano che, mentre la giudaizzazione dei Tenitori occupati avanzava, parallelamente, nell'identità collettiva degli ebrei-israeliani, gli elementi ebraici prendevano il sopravvento sulle componenti israeliane. Questa tendenza è causata dalla scarsa chiarezza di significato del termine «israeliano», quando sia i confini dello Stato sia le frontiere della nazione israeliana sono sfocati. In altre parole, la violazione dei confini israeliani attraverso l'attività colonizzatrice e il coinvolgimento degli ebrei del mondo nella politica interna hanno eroso il significato territoriale e civile del termine «israeliano», e contemporaneamente hanno rafforzato l'identità collettiva ebraica (non-tenitoriale ed etnoreligiosa). Il processo ha gravi implicazioni per la democrazia, soprattutto perché aggira l'istituzione della cittadinanza territoriale, su cui lo Stato democratico deve fondarsi. Nel contesto israeliano ciò legittima la stratificazione tra ebrei (con pieni diritti) e arabi (cittadini di seconda classe), negando agli arabi buona parte dello status associato alla loro affiliazione «israeliana». Solo una chiara demarcazione dei confini israeliani e la conseguente creazione di una comunità politica territoriale possono mettere fine all'antidemocratica supremazia del giudaismo sulla israelianità. Infine, nel campo ortodosso il progetto della giudaizzazione è percepito da molti non solo in senso etnico-tenitoriale, ma anche come strumento per accrescere la religiosità degli ebrei. Ciò si fonda sulla interpretazione di un precetto centrale: «Tutti gli ebrei sono garanti gli uni degli altri», dove «garanzia» implica «riportare» tutti gli «smarriti» non credenti sul sentiero di Dio. Tale missione legittima i ripetuti (anche se spesso falliti) tentativi di rafforzare il carattere religioso di leggi e spazi pubblici. Il carattere religioso dello Stato si è già affermato in una serie di aree: in Israele il Sabbah ebraico è il giorno ufficiale di riposo; le istituzioni pubbliche servono esclusivamente cibo kosher; l'importazione di carne di maiale è vietata; tutte le leggi che riguardano la persona sono amministrate dal rabbinato nazionale (che proibisce il matrimonio civile); e una buona parte degli scavi archeologici richiede l'approvazione delle autorità religiose. I partiti ortodossi giustificano l'imposizione di questi regolamenti alla sfera pubblica asserendo che assicurano il carattere etnico-culturale dello Stato per le generazioni a venire. Essi impedirebbero l'assimilazione dei non ebrei e creerebbero uno Stato che «merita di essere chiamato israeliano ed ebraico». Di conseguenza, la teocrazia cui aspirano i partiti religiosi presuppone già uno Stato etnico ebraico (etnocrazia). Il loro programma è semplicemente di trasformarlo in una etnocrazia religiosa. Sotto questo profilo, dovremmo prestare attenzione non solo al conflitto tra ebrei ortodossi e laici, ma anche alla loro cooperazione di lungo periodo al progetto di costituzione di una etnocrazia ebraica. Perciò, la sfida religiosa alla democratizzazione di Israele e le relazioni tra elementi ortodossi e laici nella società israeliana non possono essere separate dalla geografia politica di uno Stato ebraico e giudaizzante. Il discorso israeliano trainante in politica, in ambito accademico e tra il pubblico tende ad affrontare separatamente la questione del rapporto arabi-ebrei e quella del rapporto religiosi-laici. Ma, come si è visto, i conflitti e i punti di intesa tra ebrei laici e ortodossi non possono essere trattati distintamente dalle preoccupazioni, dalle lotte e dai diritti degli arabi palestinesi. Soprattutto perché al cuore della tensione tra ebrei ortodossi e laici c'è l'impulso dei cittadini arabi di Israele a trasformare lo Stato da etnocrazia in democrazia, e a fermare e persino capovolgere il progetto etnocratico di giudaizzazione.
Una etnocrazia colonizzatrice e segregazionista Come si è visto, il progetto di giudaizzare lo Stato, sostenuto dall'immigrazione e dalla colonizzazione ebraica, e avvalorato da un insieme di leggi costituzionali e da un ampio consenso tra l'opinione pubblica ebraica, è stato uno dei tratti essenziali (e veramente costitutivi) del regime israeliano. Israele corrisponde dunque assai bene al modello di regime etnocratico descritto in queste pagine. Più specificamente, e data l'importanza della colonizzazione, andrebbe definita una etnocrazia colonizzatrice. Ma al di là delle definizioni, e al di là del baratro che separa palestinesi ed ebrei, la fusione di principi etnocentrici e dinamiche migratorie, coloniali e di classe ha creato tra gli ebrei modelli diseguali e segregati. La natura geografica del progetto di colonizzazione ebraica, così radicalmente centrato sull'unità territoriale (yishuv), non ha fatto che esacerbarli. Tale progetto è progredito attraverso l'edificazione di aree per lo più etnicamente omogenee, il che ha creato fin dall'inizio un modello segregato di sviluppo. Come si è osservato, in Israele, dietro molte delle tensioni che ancora permangono tra sefarditi e askenaziti, vi è proprio questa geografia. I meccanismi politici, legali e culturali introdotti allo scopo di separare gli ebrei dagli arabi sono stati utilizzati anche per dividere le élites ebraiche dalle altre etnoclassi, rafforzando il processo di «etnicizzazione» tipico dei regimi etnocratici. Senza dubbio, questi meccanismi sono stati utilizzati diversamente, e più sottilmente, tra gli ebrei, ma è impossibile capire il persistente divario tra askenaziti e sefarditi se non si dà conto della geografia delle relazioni intraebraiche. Nel complesso, i sefarditi sono stati emarginati spazialmente dal progetto di colonizzazione israeliana, isolandoli nelle periferie o nei quartieri poveri e stigmatizzati delle principali città di Israele. Ciò ne ha limitato la potenziale partecipazione economica, sociale e culturale. Vi è un chiaro nesso tra la de-arabizzazione del paese e l'emarginazione dei sefarditi, che sono stati collocati - culturalmente e geograficamente - tra arabo ed ebreo, tra Israele e i suoi ostili vicini, tra l'«arretrato» passato orientale e il «progressista» futuro occidentale. Non va dimenticato, tuttavia, che la profondità e le dimensioni della discriminazione nei confronti di palestinesi e sefarditi sono state ben diverse, e che questi ultimi hanno partecipato alla costruzione della nazione ebraico-israeliana, prendendo attivamente parte all'oppressione dei primi. Una identica logica segregazionista è stata usata per legittimare la creazione di quartieri e località riservati a ebrei ultraortodossi e ortodossi, nuovi immigranti russi e arabi palestinesi. In altre parole, la sbilanciata logica segregazionista del regime etnocratico si è diffusa nelle pratiche spaziali e culturali, che hanno contribuito a etnicizzare ulteriormente la società. Ovviamente non ogni divisione etnica è negativa, e la volontaria separazione tra gruppi può talora servire a ridurre il conflitto etnico. Ma in una società che ha dichiarato che uno dei suoi obiettivi principali è «raccogliere e integrare gli esuli» (mizuggaluyot), i livelli di segregazione e stratificazione tra le etnoclassi ebraiche continuano a essere considerevolmente alti. Per ritornare al nostro quadro teorico, possiamo osservare che, fondendosi tra loro, meccanismi della società colonizzatrice (conquista, immigrazione, colonizzazione), potere dell'etnonazionalismo (segregazione di ebrei e arabi) e logica del capitale etnico (allontanamento delle etnoclassi superiori da quelle inferiori) hanno dato vita alla geografia umana contemporanea di Israele, una geografia lacerata dai conflitti. Questo processo, tuttavia, non è unidimensionale, e va valutato a fronte di una serie di controtendenze, per esempio dei maggiori livelli di assimilazione tra sefarditi e askenaziti e della crescente parità formale sul piano dei diritti sociali tra tutti i gruppi. Inoltre, la solidarietà tra ebrei di fronte al nemico comune ha alleviato le tensioni e le divisioni interne, soprattutto tra sefarditi e askenaziti, visto che entrambi i gruppi si sono fusi nella sempre più vasta classe media israeliana. In questa sede possiamo notare inoltre che l'originario gruppo askenazita si è allargato a incorporare i sefarditi, assimilandoli in particolare a livello di classi medie e superiori. Tuttavia è stata forte anche la tendenza all'etnicizzazione, come ben illustra la crescente tendenza degli imprenditori politici a sfruttare il «capitale etnico» e a ricorrere alle affiliazioni religiose, etniche e di classe per trame sostegno politico. Nelle elezioni del 1996 questi partiti settoriali hanno aumentato il loro potere del 40 per cento, e per la prima volta nella storia di Israele hanno messo in ombra i due partiti più grandi, il Partito laburista e il Likud, che sono sempre stati i più eterogenei sul piano etnico. Per di più la situazione non è rimasta immobile. La strategia della giudaizzazione e della dispersione della popolazione ha subito di recente un rallentamento, in risposta ai nuovi programmi neoliberisti delle élites israeliane. Ha anche incoraggiato la crescita della resistenza arabo-palestinese e delle proteste sefardite, che a turno hanno rimodellato alcuni aspetti della pianificazione territoriale di Israele, e delle sue politiche di sviluppo. Sia gli arabi sia i sefarditi hanno migliorato i propri standard socioeconomici assoluti (se non relativi), in parte grazie alle politiche di sviluppo di Israele. In parallelo la resistenza palestinese nei Tenitori occupati, culminata nell'Intifada, ha rallentato l'espansione ebraica in numerose regioni, portato agli accordi di Oslo, e prodotto una sia pur limitata forma di autogoverno palestinese. Ma questi cambiamenti, per quanto importanti siano, sono pur sempre accaduti entro i ferrei confini stabiliti dal dominante discorso etnocratico sionista, dove la colonizzazione e il controllo ebraici e il contenimento territoriale della popolazione araba sono indiscussi obiettivi nazionali ebraici tanto entro la Linea verde quanto in vaste aree dei Territori occupati. 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