Progetto Novecento

Appunti in pillole
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5 giugno 2007 -

Scrive Massimo Fini:

«Vorrei essere un talebano, avere valori fortissimi che santificano il sacrificio della vita, propria e altrui. Vorrei essere, per lo stesso motivo, un kamikaze islamico. Vorrei essere un afgano, un iracheno, un ceceno che si batte per la libertà del proprio Paese dall’occupante, arrogante e stupido. Avrei voluto essere un bolscevico, un fascista, un nazista che credeva in quello che faceva. O un ebreo che, nel lager, lottava con tutte le sue forze interiori per rimanere un uomo. Vorrei far parte dei “boat people” che vengono ad approdare e spesso a morire sulle nostre coste. Perché sono spinti almeno da una speranza.

Vorrei essere e vorrei essere stato tutto, tranne quello che sono e sono stato per 60 anni e passa: un uomo che ha vissuto nella democrazia italiana. Senza la possibilità di emozioni collettive, di valori forti. Di un vero atto di coraggio, trascinando l’esistenza in mezzo alle viltà, agli opportunismi, ai trasformismi, alle meschinerie, ai cinismi, ai sofismi, in una società che ha perso ogni dignità, ogni codice di lealtà e onore, spietata e feroce senza essere virile, con gli occhi sempre pronti a riempirsi di lacrime ma che ha dimenticato la misericordia.

Si parla molto, di questi tempi, di «crisi della politica». Ma non è questo. Non è questo. È la disperazione di vivere in una società senza grandezza, dove gli obiettivi sono cambiare l’automobile, comprare l’ultimo cellulare, tenere lucida la casa, trovare la «propria regolarità» con “Activia” e dove le donne hanno perso il loro fiore più falso e più bello che un tempo si chiamava pudore. Una mediocrità quotidiana fatta di pin, di cin, di carte di credito, di bancomat, in cui domina la figura dell’imprenditore, cioè del mercante, che in tutte le culture e in tutti in tempi, prima dell’avvento della Modernità e della Democrazia, era posto all’ultimo gradino della scala sociale, sotto quello degli schiavi, perché gli uomini, finché son rimasti tali, hanno sempre considerato il massimo del disonore scambiare per guadagno.

Il tutto scandito dal rumore di fondo, incessante, inesorabile, della tv e delle sue voci: dei Bongiorno, dei Baudo, dei Bonolis, delle Ventura, dei Chiambretti, dei Costanzo, dei Vespa, dei Santoro, dei Ferrara, dei Mentana, dei Gabibbo, dei buffoni, dei paraculi e delle troie. Una società del fracasso che non conosce più i valori del silenzio e del controllo di sé e applaude anche ai suoi morti.

Quando avverto in me e fuori di me, in un mondo ormai più virtuale che reale, questi vuoti abissali, sono colto da vertigine. E vorrei essere un talebano, un kamikaze, un afgano, un “boat people”, un affamato del Darfur, un ebreo torturato dai suoi aguzzini, un bolscevico, un fascista, un nazista. Perché più dell’orrore mi fa orrore il nulla.»

Come dargli torto?
 

 

 

22 maggio 2007 -

Ho avuto occasione di conoscere Sherif el Sebaie, l'autore del Blog da cui ho tratto questa interessante riflessione. È un giovane egiziano, colto (insegna al Politecnico di Torino), dall'aspetto "occidentalizzato", ha studiato in una scuola salesiana del Cairo, parla 5 lingue e collabora con diverse testate giornalistiche. È il tipico rappresentante di un cosmopolitismo intellettuale che sta crescendo nei paesi una volta del Terzo Mondo e oggi in pieno sviluppo, soprattutto culturale e civile. Un cosmopolitismo che si nutre di coraggio, cultura, apertura e interesse per gli altri, umiltà e coscienza dei propri mezzi; un cosmopolitismo che vent'anni di berlusconismo e tv commerciale in Italia hanno devastato, cancellato, bruciato in un catastrofico olocausto delle menti che ha tra le sue prime vittime gli intellettuali e i giornalisti, ormai "enbedded" nel più totale senso della parola con i poteri forti. Sodomizzati da inserzionisti e sponsor, drogati da una volgarità autoreferenziale che impedisce loro di vergognarsi persino del proprio assordante e servile silenzio - che neppure percepiscono, convinti come sono di esercitare ancora informazione (!) -, nessuna delle firme oggi sugli altari (del culto della personalità) avrebbe certamente il coraggio di scrivere queste poche, chiare, semplici e immediate banalità, che nel panorama "nazistificato" in cui viviamo brillano addirittura di luce accecante:

     Per chi di voi non ha avuto l'opportunità di guardare il documentario della BBC riproposto su questo blog come quinta puntata di questa lunga serie sulla Carta dei Valori - ormai finalmente arrivata alla conclusione - cercherò di riassumerlo in poche righe: il documentario è incentrato sul Crimen sollicitationis, un documento segreto emesso dal Santo Ufficio del Vaticano (oggi Congregazione per la Dottrina della Fede) nel 1962, che fornisce istruzioni ai vescovi cattolici su come trattare i casi nei quali i preti sono accusati di fare avances sessuali ai fedeli. La prima volta che il Crimen sollicitationis apparve sotto i riflettori fu nel 2001 in quanto ne fu fatta menzione in una lettera scritta in latino dall'allora Cardinale Ratzinger ai vescovi del mondo, riguardante nuove procedure atte a fronteggiare le accuse sugli abusi sessuali minorili da parte di preti cattolici. Le procedure si possono riassumere in poche parole: "Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio" e in particolare "Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione". In altre parole: i panni sporchi si lavano in famiglia, pena la scomunica.
     Si è tentati, a questo punto, di immaginare quantomeno delle punizioni esemplari e severissime. E invece si scopre con sbigottimento che il Vaticano si è specializzato nello spostare preti conosciuti per la loro tendenza pedofila da una parrocchia all'altra, concedendo spesso e volentieri persino un asilo politico romano a preti statunitensi raggiunti da mandati di cattura internazionali emessi a loro carico dalle autorità americane. Un caso abbastanza esemplare è accaduto invece in Italia, ed è quello di un parroco che per anni ha violentato bambine di 10-17 anni. Il Cardinale che ha accolto le lamentele dei fedeli violati, ha scritto alle vittime che al termine di un “processo penale amministrativo” tutto interno alla curia e sentita per l’appunto la Congregazione per la dottrina della Fede, l’ex parroco “non potrà né confessare, né celebrare la messa in pubblico, né assumere incarichi ecclesiastici, e per un anno dovrà fare un’offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna”. Ovviamente voi vi chiederete cosa c'entra tutto questo con la Carta dei Valori, della Cittadinanza e dell'Integrazione. C'entra eccome: immaginate se domani venisse fuori che un' organizzazione islamica nazionale ha emesso e poi addirittura convalidato un documento segreto, redatto in arabo, in cui si raccomanda agli Imam venuti a conoscenza di casi di violenza su bambini di guardarsi bene dal denunciare l'accaduto alle forze dell'ordine italiane o dal collaborare con esse, pena "l'esclusione dall'Islam". Immaginate se venisse fuori che in quello stesso documento viene raccomandato agli Imam di deferire i casi di questa natura ad un tribunale islamico che giudichi in base alla Sharia. Immaginate, poi, se dopo un processo simile venisse fuori che l'Imam incriminato è stato condannato a fare offerta caritativa per un anno e recitare ogni giorno una sura del Corano o le "litanie di Maometto".
      Non so voi, ma io lo vedo già che cosa direbbero i mezzi di informazione e i politici. E non mi azzardo ad immaginare le carte dei valori e le leggi speciali che verranno pretese a gran voce e approvate in fretta e furia. Credo che il Crimen sollicitationis si commenti da solo, e che la dica lunga sul mancato percorso di evoluzione della Chiesa, sul rapporto sussistente tra questa e lo Stato Italiano, sui due pesi e due misure adottati quando si parla di Islam e musulmani. Ma c'è un'altro concetto, molto importante, sotteso dal Crimen sollicitationis, un concetto strettamente connesso al tema della "Tradizione ebraico-cristiana", la grande mistificazione storica con cui viene introdotta la Carta dei Valori. Così come la Chiesa intima il silenzio sui reati commessi dai preti pedofili, poiché teme lo scandalo che ne deriverebbe, relegando le sorti delle vittime ad un piano secondario, essa vorrebbe stendere definitivamente il velo dell'obblìo sulle sue colpe dirette nel dramma dell'Olocausto. Altrimenti non si spiega per quale motivo non apre gli Archivi segreti relativi al periodo della Seconda Guerra Mondiale, pretende il cambio della didascalia sotto la fotografia di Papa Pio XII nel Museo dell'Olocausto di Gerusalemme, si appresta a dichiarare quest'ultimo Beato quindi Santo, e - proprio mentre accade tutto questo - avalla il concetto dell'inesistente tradizione ebraico-cristiana.
      In un saggio interessante sul "Cristianesimo, Nazismo e Olocausto" pubblicato nel '99, l'autore - Francesco Buccafusca - riassume quanto sopra espresso quando scrive: "Oggi la comune interpretazione di gran parte degli storici, anche di cultura cristiana, è che la Chiesa con la sua ufficiale neutralità , ha voluto soltanto salvaguardare i suoi interessi. Secondo ciò, tutto era secondario, anche le sorti di un intero popolo e quello che poteva comportare un conflitto mondiale, inclusa la pace nel mondo. Tutto poteva assumere un aspetto secondario, rispetto alla prospettiva che essa stessa potesse essere distrutta. (...) Per tanto la posizione degli storici è talmente dimostrabile che non ha più ragione di essere definita teoria ma ha tutto il diritto di rientrare a pieni titoli nelle pagine della storiografia di questo secolo. Quello che invece non vuole ancora essere omologato in forma ufficiale da molti storici è il reale rapporto che ha avuto l'antisemitismo di matrice cristiana con l'Olocausto". Inutile dire che è proprio per confondere definitivamente le acque che è stata inventata la "tradizione ebraico-cristiana". L'autore lo spiega benissimo quando scrive: "Ma poiché la Chiesa dopo tanti anni non mostra nessuna intenzione nel voler riconoscere eventuali errori, arrocandosi ancora su una difesa senza riscontri storici, tutto fa supporre, quindi, che i suoi silenzi sul popolo ebraico che veniva sterminato potessero nascere da altri interessi (...) Nascondendosi con la sua neutralità ufficialmente dichiarata e tanto meno praticata possiamo pensare che ha soltanto nell'esteriorità manifestato il suo ruolo di spettatrice impotente, ma vivendo probabilmente con l'emotività di chi stava giocando anche la sua parte, il cui esito comportava il predominio assoluto in tutta l'Europa del monopolio della religione". Il disinteresse verso quella "millenaria vergogna generica del Cristianesimo", e cioè l'Ebraismo, diventava ancor più motivato man mano che si delineava all'orizzonte un nuovo nemico: Il Comunismo. Ma ora che il Comunismo non c'è più, e che l'Islam ha preso il suo posto come "entità nemica" e concorrente, soprattutto in Europa, l'interesse nella rivalutazione dell'Ebraismo e dello Stato mediorientale che in esso si identifica, è diventato di importanza vitale per la Chiesa. Ecco spiegato perché Magdi Allam ha sfornato il suo ultimo libro, "Viva Israele". Chi meglio di lui - l'islamico pentito - avrebbe potuto sostenere che "Oggi più che mai sono convinto che Israele, assieme a Papa Benedetto XVI, sono la residua speranza di salvezza della Civiltà Occidentale che, più di altre civiltà, incarna la sacralità della vita e la libertà della persona"? [fonte: salamelik.blogspot.com]

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20 maggio 2007 -

«Alla fase della secolarizzazione e della "morte di Dio" è dunque seguita, nel ciclo della "civiltà occidentale", una fase di rievangelizzazione all'insegna di una parodistica religione postmoderna che è stata chiamata religio holocaustica. Si tratta di una religio (nel senso lucreziano e oraziano di "superstizione") [...] per cui non abbiamo più un "avanti Cristo" e un "dopo Cristo", ma un "prima di Auschwitz" e un "dopo Auschwitz".»
(Claudio Mutti)
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14 maggio 2007 -

CAMP PENDLETON, California, 9 Maggio.
Mercoledì un marine ha testimoniato che, arrabbiato perché un amato membro della sua squadra era stato ucciso da un'esplosione, ha urinato su uno dei 24 cadaveri di civili iracheni, uccisi dalla sua unità ad Haditha.
Il sergente Sanick Dela Cruz che non può essere perseguito dal momento che le accuse di omicidio contro di lui sono cadute, ha anche detto di aver visto il capo della sua squadra uccidere cinque civili iracheni che stavano cercando di arrendersi.
[Fonte: Agenzia Reuters).

La guerra non cambia il suo volto, neppure alle soglie del XXI secolo. L’appunto di oggi non si ferma a questa banale considerazione, ma vuole andare oltre. Da anni i nostri organi d’informazione (?) - che qualcuno ha giustamente ribattezzato “organi di distrazione di massa” - ci bombardano con la ossessionante ripetizione di uno schema razzista, secondo cui il Mullah talebano è una vile bestia feroce, un moderno tagliatore di teste, un nemico della civiltà. I poveri innocenti che cadono nelle mani di simili vigliacchi (l’epiteto è di un tal Mastrogiacomo, giornalista italiano rapito e rilasciato dai guerriglieri afghani mentre operava in una zona di guerra) subiscono la barbarie sanguinaria di una morte ignominiosa e orrenda in nome di un fanatismo cieco e intollerabile, privo di ogni umanità.
Ma i nostri giornali cos’hanno da dire sul civile comportamento del soldatino americano incazzato? Cos’ha da dire il Mastrogiacomo sul coraggio leonino di un capo squadra che spara su civili che cercano di arrendersi?

Alcune considerazioni:

-          Il soldatino americano non ha solo versato sangue… ci ha aggiunto l’urina

-          I nostri soldati non usano volgari coltellacci, ma fucili altamente tecnologici frutto di una cultura decisamente superiore

-          Almeno i soldati occidentali hanno l’accortezza di nascondere le loro porcate e poi di negarle fino a che è possibile, non mandano video osceni in giro per il mondo a propagandare la loro guerra

-          Il vile talebano uccide in nome di dio, il soldatino americano uccide bestemmiando, cosa decisamente più civile

-          Il talebano fa dei prigionieri e li giudica secondo la sua legge; l’americano rinchiude i suoi prigionieri in un carcere illegale e non li processa, facendoli semplicemente scomparire nel disinteresse di tutto il mondo

 Altre considerazioni:
è un costume diffuso dare un colpo al cerchio e uno alla botte, cercando di preservare la propria anima bella col distribuire equamente i torti un po’ di qua e un po’ di là. In questo caso dovremmo condannare con la stessa indignazione i tagliatori di teste e i pisciatori a stelle e strisce. Mi dispiace, ma non lo farò. Ci sono diversi modi di essere miserabili: il nostro, quello occidentale, colonialista, razzista, arrogante e cinico, è senza paragoni il peggiore, a fronte di chi ha perso la sua dignità nella sofferenza di una condizione umana che noi gli abbiamo negato. Non è bello morire perdendo la testa, ma almeno le vittime del mullah non puzzano.

 

 

11 maggio 2007 -

Dalla rubrica dell'Unità - S'ode a destra - di Bruno Ugolini:
«Era ora. Non se ne poteva più di questo silenzio sociale. Tacciono I metalmeccanici, i tessili, gli alimentaristi, gli elettrici, i braccianti, i pensionati, gli invalidi, i parenti dei morti sul lavoro, quelli tartassati del fisco direttamente sulle buste-paga, quelli che non hanno diritti nemmeno quello di scioperare o andare in ferie. E' da molto tempo che non manifestano. Forse si trovano bene così. Stanno zitti e buoni. Ora però tutto cambia. La Santa Madre Chiesa ha preso in mano le redini della protesta sociale. Scende in piazza.
Ma che cosa inquieta questi uomini di preghiera trasformati in agitatori sociali? I contratti di lavoro che non vengono rinnovati? La media giornaliera dei morti in fabbriche e cantieri? No, l´obiettivo è impedire l'oscura e terribile minaccia dei Dico. Cardinali e monsignori sono preoccupati per questi poveri di spirito chiusi in coppie libertine. Non s´interessano dei poveri di pane e diritti. Sono i nuovi sindacalisti, in abito talare, contro il peccato dell´amore privo di tutti i crismi. Fra poco faranno staccare anche i peccaminosi lucchetti simbolici appesi dagli adolescenti a Ponte Milvio, in quel di Roma. Simboli del demonio.
Hanno scatenato una moderna crociata contro il dilagare delle convivenze, magari anche tra persone dello stesso sesso. Concubini senza ritegno che vorrebbero perfino tutele legali, senza nemmeno pagare le spese spesso spropositate delle cerimonie matrimoniali. Sarebbe anche un colpo per le finanze dei poveri parroci.
Non si meravigliano della mercificazione delle carni che imperversa in Vallettopoli o nel dilagare dell'affarismo politico. Oppure di situazioni imbarazzanti come quelle dei centri d´accoglienza dove si ammassano gli immigrati nelle metropoli. Dio non abita lì».

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7 maggio 2007 -

Articolo non firmato apparso su «Il foglio» del 3 maggio: «La Volta che Veltroni mandò un messaggio commosso alla comunità filippina, peccato però che l’eroica baby-sitter morta per i bambini era honduregna, è il capolavoro degli scivoloni cui può condurre la correttezza politica, che nasconde sempre una punta inconsapevole di razzismo: la tata è sempre filippina. Ma il caso di Vanessa Russo, la ragazza uccisa nella metropolitana di Roma, riporta bruscamente l’orrore dello stereotipo dall’altra parte del pendolo. “La rumena”, “le rumene”. Basta l’indicazione geografica e, da violenza metropolitana, il delitto diventa subito faccenda etnica, emergenza razziale. I giornali non soltanto titolano “Omicidio volontario per la rumena”, ma addirittura, nei trafiletto, il complice diventa, “l’argentino che l’ospitava”.
Velocemente, dal titolo si trapassa al subbuglio sociale: ieri è toccato a Piero Marrazzo, presidente del Lazio, incassare non si sa bene perché i “vergognatevi”, gli “assassini”, gli “ecco i servizi che ci date”. O meglio lo si sa benissimo perché, e sarebbe ingenuo negare che esista un problema perlomeno di “delitto percepito”, come l’effetto serra e la recessione. Però della strage di Erba non si è mai detto “i massacratori comaschi”; però non si è mai scritto della Franzoni “l’immigrata in Val d’Aosta”. Provassimo a scrivere: ucciso da un crotonese, stuprato da un forlivese (e i casi ci sono, eccome se ci sono). Invece uno dei titoli più belli è del Tempo: “Vanessa uccisa dalla straniera per futili motivi”. In quello “straniera” lasciato lì, inevaso, è il succo di tutto. La sindrome etnica preesiste al fatto criminoso. Repubblica nelle prime pagine della videosorveglianza, vede una donna bruna, che sembra “una sudamericana”. E perché non “una mediterranea”?
L’effetto spiazzante svelerebbe la dubbia fondatezza della percezione etnica del crimine. Il rapporto Eures-Ansa del 2005 sugli omicidi volontari in Italia segnala che quelli compiuti da italiani sono il 72 per cento, mentre al quota di stranieri è al 27 per cento. Ma si fa presto a confondere la cronaca nera con l’emergenza sociale e poi vizietto politico (Borghezio che accusa il governo per non aver fermato i rumeni nell’Unione Europea e D’Alema per cui “la rumena è entrata per colpa della Bossi-Fini” sono l’anello più basso di una preoccupante catena involutiva). Da qui la modesta proposta di affibbiare, almeno in occhiello, almeno del sommario, la specifica toponomastica del reprobo, all’assassino, all’ombrellante di turno. Una specie di doc, una denominazione di origine criminale,. Grazie a cui finalmente, oltre al San Marzano, avremo pure i killer dell’Agro Sarnese-Nocerino e l’effervescente sgozzatore di Valdobbiadene. E la ferocia del delitto tornerà a essere semplicemente umana, tratto comune della specie. Senza frontiere.»

«Il foglio» è, come si suol dire, un foglio di destra. «La Repubblica» invece si considera di centro-sinistra. Stiamo parlando degli organi di informazione italiani più schierati, accanto ai normali “organi di partito” come «Il giornale» o «L’Unità». Oggi, per chi legge, ci sono vari modi possibili per perdere le staffe: leggere i giornali schierati, come «Il foglio», se sei di sinistra, o come «Le Repubblica», se sei di destra. Oppure leggere “il tuo” giornale, come «La Repubblica» se sei di sinistra, o «Il foglio» se sei di destra, e non trovarvi quello che vorresti.
Per esempio: leggere su «La Repubblica»: la ragazza uccisa nel metrò - prese due giovani romene. Oppure su «Il foglio» un articolo non firmato che dice quanto sopra abbiamo letto.
Sono curioso di sapere se in questo momento sono più incazzati a sinistra o a destra.

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6 maggio 2007 -

Scrive Eduardo Galeano: «Il Muro di Berlino era la notizia di ogni giorno. Dal mattino alla sera leggevamo, vedevamo, ascoltavamo: il Muro della Vergogna, il Muro dell'Infamia, la Cortina di Ferro...
Alla fine quel muro, che meritava di cadere, è caduto. Però altri muri sono sorti e continuano a sorgere nel mondo, ed anche se sono molto più grandi di quello di Berlino, se ne parla poco o nulla.
Si parla poco del muro che gli Stati Uniti stanno innalzando lungo la frontiera messicana, e si parla poco dei fili spinati di Ceuta e Melilla.
Non si parla quasi per niente del Muro in Cisgiordania, che perpetua l'occupazione israeliana delle terre palestinesi e che da qui a poco sarà quindici volte più lungo del Muro di Berlino.
E niente, niente di niente, si dice del Muro del Marocco, che da quasi vent'anni perpetua l'occupazione marocchina del Sahara occidentale. Questo muro, minato dall'inizio alla fine e dall'inizio alla fine controllato da migliaia di soldati, misura sessanta volte il Muro di Berlino.»

La globalizzazione genera muri. Il problema è capire chi sta di qua del muro, "dalla nostra parte", e chi di là. Dall'elenco di Galeano risulta una cosa evidente: di là dal muro stanno tutti quelli che non partecipano alla globalizzazione. Gli esclusi. La globalizzazione infatti non è un bene comune, è solo l'ultima maschera dietro cui il colonialismo occidentale nasconde il suo vero volto. Forse l'unica novità è che allo stesso banchetto oggi siedono anche i nostri vecchi nemici comunisti. La Cina è vicina.

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